Rimessione costituzionale in tema di misure di prevenzione

Cassazione Penale, Sez. V, Ordinanza, 16 dicembre 2021 nr. 46706

La quinta sezione penale ha sollevato con ordinanza nr. 46706 la questione di legittimità costituzionale dell’art. 3, co. 4, D. Lgs. n. 159/2011, meglio conosciuto come TU sulle misure di prevenzione ed antimafia, per contrasto con gli artt. 3, 15, 21 e 117 della Costituzione, in relazione agli artt. 8 e 10 CEDU, nella parte in cui non prevede una durata minima e massima dei divieti di possedere ed usare apparati di comunicazione, inclusi i telefoni cellulari, e di accedere ad internet, imposti con l’avviso orale del Questore e nella parte in cui affida il potere di limitazione all’autorità amministrativa.

Cosa sono le misure di prevenzione? 

Le misure di prevenzione sono misure prive della soluzione penale, ma che tuttavia gravano sulla libertà del soggetto interessato in quanto sussistente l’esigenza di tutela della sicurezza a prescindere dalla commissione del reato. La ragione per cui vengono irrogate è quella di neutralizzazione della situazione di pericolosità sociale che interessano determinate categorie di individui. Per la loro applicazione, a differenza delle misure di sicurezza, non è necessaria la comminazione di un reato.

La classica scissione delle misure di prevenzione

Le misure di prevenzione si dividono in personali e reali. 

Le prime sono: l’avviso orale, il rimpatrio con foglio di via obbligatorio, la sorveglianza speciale, il divieto e l’obbligo di soggiorno.

Mentre le seconde sono dirette ad arginare la pericolosità che la ricchezza nelle mani di un soggetto considerato pericolo, possa essere utilizzata per la commissione di reati ovvero per aumentare la circolazione di traffici di ricchezza illeciti, introdotte dalla l. n. 646/1982. Queste sono: il sequestro anticipato, il sequestro disposto nel corso del procedimento finalizzato all’applicazione delle misure di prevenzione, la confisca e la cauzione.

Competenza: sezione speciale del Tribunale adibita alle misure di prevenzione.

L’oggetto della questione costituzionale

L’oggetto della questione è relativo alla misura di prevenzione dell’avviso orale emesso dal Questore, aggravato dal divieto di possedere o utilizzare, in tutto o in parte, qualsiasi dispositivo di comunicazione radiotrasmittente ai sensi dall’art. 3 co. 4 del D.lgs. 159/2011. Il ricorso verte sulla mancata previsione della durata minima e massima dei divieti imposti con l’avviso orale del Questore laddove questo sia di natura rafforzata, vertendo questi su diritti fondamentali della persona. 

Tale aspetto non è nuovo alla giurisprudenza di legittimità, la quale ha già evidenziato che il dato normativo difetta del termine di durata per la misura di prevenzione in questione. Mentre l’avviso orale di cui all’art. 3 co. 1, 2 e 3 non prevede una limitazione dei diritti fondamentali conferenti alla libertà personale, il co. 4, per cui è stata sollevata la questione, inerisce al c.d. avviso aggravato. In questo senso oltre all’invito a tenere una condotta conforme alla legge colui il quale l’avviso viene disposto, il Questore impone dei divieti, tra cui quello di possedere ovvero utilizzare qualsiasi dispositivo di comunicazione radiotrasmittente nonché’ programmi informatici ed altri strumenti di cifratura o crittazione di conversazioni e messaggi.  

Appare chiaro come il Legislatore voglia evitare che l’interessato della misura di prevenzione abbia contatti con terzi. Alla luce di una interpretazione evolutiva della norma in questione per “dispositivo di comunicazione radiotrasmittente” devono intendersi, poiché oggetto già di sindacato, internet, telefoni cellulari nonché qualsiasi altro dispositivo in grado di riprodurre gli effetti vietati dal co. 4 del TU sulle misure di prevenzione, ed ancora televisioni e radio.

Ciò che rileva, oltre alla incidenza del divieto sulla libertà personale del soggetto, anche l’assenza della previsione di durata. Viene in rilievo, dunque, la questione che non possono essere disposte in maniera perpetua tali divieti, di modo da comprimere in maniera imperitura la libertà personali tutelate dalla Costituzione e dalla CEDU.

A riguardo appaiono compressi non solo la libertà di comunicazione di cui all’art. 15 Cost., ma anche la libertà di espressione ai sensi dell’art. 21, enucleata – dice l’ordinanza – anche nella sua forma passiva espressamente prevista dall’art 10 CEDU.  Sul punto, il diritto di manifestare il proprio pensiero si estrinseca nella triplice dimensione della libertà di informare, della libertà di essere informati e della libertà di informarsi, ovvero di ricercare le informazioni. Invero, secondo dottrina solo il diritto di informare trova rilievo costituzionale nell’art. 21, mentre gli altri due si ritengono tutelati anche dagli artt. 33, 41 e 48. 

Opposta tesi è quella che si desume attraverso una lettura letterale della norma di cui all’art. 10 CEDU, il quale comprende la tutela espressa delle altre due dimensioni di carattere passivo suesposte, vale a dire “la libertà di opinione, quella di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza ingerenze della autorità pubbliche e senza limiti di frontiera”. 

La ragione della rimessione alla Corte

Alla luce di quanto sin qui esposto in diritto, in fatto rilevano le evoluzioni sociali dei mezzi di comunicazione, i quali nell’era digitale sono tutti incentrati sull’uso dell’internet nonché dei dispositivi che hanno accesso ai motori di ricerca web.

Il caso Ramanaz Demin ct Turchia della Corte EDU 2021

Siffatta modificazione sociale è stata recepita anche da recenti pronunce della Corte EDU, tra cui il caso Ramanaz Demin ct. Turchia. Il caso qui esposto, viene menzionato nell’ordinanza di rimessione al fine di avvalorare la tesi remissoria. Brevemente, l’avvocato Ramanaz lamentava la violazione dell’art. 10 CEDU in relazione al diritto di ricevere informazioni. La richiesta era di accedere ad internet, nel dettaglio a siti web istituzionali, sempre sotto il controllo delle autorità carcerarie, per seguire sia i suoi clienti e sia per organizzare la propria difesa. invero, la richiesta veniva respinta dalle autorità nazionali. Al riguardo, la Corte EDU, nella sentenza aveva evidenziato l’importanza di Internet, quale strumento per ricevere informazioni e servizio pubblico funzionale al godimento di molteplici diritti umani. Per questo motivo la Corte ha ritenuto insufficienti le giustificazioni dell’interferenza da parte dello Stato nazionale, non avendo le autorità fornito spiegazioni sufficienti sul perché l’accesso del ricorrente a siti istituzionali di giustizia non potesse considerarsi parte della sua formazione e riabilitazione, né sul pericolo che l’accoglimento della richiesta avrebbe determinato, trattandosi di una ‘navigazione’ controllabile dall’amministrazione penitenziaria.

L’importanza di internet per la Corte Europea

La corte Europea, non solo nella sentenza Ramanaz Demin ct Turchia, ma anche in altre pronunce ha sottolineato l’importanza di internet quale mezzo principale con cui le persone esercitano il loro diritto sulla libertà di espressione e di informazione. l’art. 10 CEDU garantisce a tutti la libertà di ricevere e trasmettere informazioni ed idee, si applica non solo alle informazioni ma anche ai mezzi di diffusione.

La mancanza del termine di durata dei divieti imposti con l’avviso orale c.d. aggravato

Orbene, l’assenza della previsione di un termine di durata dei divieti previsti dal comma 4 dell’art. 3 d.lgs. 159/2011, dunque, non soltanto è in grado di comprimere a tempo indeterminato alcune fondamentali libertà, ma può altresì integrare, in caso di trasgressione, il delitto di cui all’art. 76, comma 2, D.Lgs, 159/2011. Al riguardo, è necessaria una limitazione che corrisponde, secondo collaudata definizione della giurisprudenza europea, ad un bisogno sociale imperioso (“pressing social need”), tale che la restrizione deve essere proporzionata allo scopo legittimo perseguito. In questo senso, una misura limitativa di libertà fondamentali, priva di termini di durata, appare sproporzionata allo scopo legittimo di prevenzione dei reati perseguito. Si è anche pensato che la durata fosse implicitamente desunta nella possibilità del soggetto di richiedere la revoca al Questore dell’avviso orale, sia esso semplice o aggravato, tuttavia la revoca è un diritto potestativo soggettivo, nel senso che è facoltà del destinatario della misura attivarlo o meno. 

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