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Natura giuridica del contratto tra l’utente e Facebook: le limitazioni alla libertà di pensiero

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Nella ordinanza nr. 1181 del 2022 ha stabilito che i social network, nel caso di specie Facebook, hanno la facoltà di sospendere gli account degli utenti no vax rimuovendo i contenuti che veicolano la disinformazione sanitaria.

Il Tribunale di Varese mette un punto sulla annosa questione del controllo delle piattaforme social rispetto ai contenuti ivi pubblicati dagli utenti. 

La vicenda

La vicenda origina dal ricorso promosso da Tizio il quale conveniva in giudizio Facebook. Prima di addentrarci nella vicenda vera e propria è necessario attuare alcune premesse. Ebbene Tizio possedeva un account Facebook dal febbraio 2012 e di essere anche il titolare di un gruppo con 757 membri. Questi era solito utilizzare il social – si legge nel ricorso – per condividere i propri pensieri e “le proprie convinzioni“.

Facebook lo aveva segnalato diverse volte bloccando il suo account per condotte violative delle linee guida della community. In particolare alcuni dei provvedimenti emessi dal social network prevedevano la sospensione dell’account, talvolta di 24h, talvolta di 3 giorni ed altre volte per la durata di 30 giorni. Siffatte sospensioni sono avvenute nell’arco temporale che va dal 27 dicembre 2020 sino al 10 settembre 2021.

Nell’ultima sospensione, quella del 10 settembre 2021, che è anche il provvedimento sospensivo con durata più lunga – 30 giorni – gli veniva preclusa anche la partecipazione ai gruppi. L’origine della sospensione era da determinarsi alla pubblicazione di un post contenente un link di un intervento di un Onorevole nella seduta alla Camera dei Deputati nella quale veniva affrontato il tema del Covid-19 e della gestione politica della pandemia.

L’inadempimento di Facebook secondo il ricorrente

Secondo il ricorrente la sospensione e la limitazione del proprio profilo Facebook costituisce un inadempimento contrattuale della convenuta, atteso il contenuto della prestazione assunta da Facebook al momento della conclusione del contratto, consistente nel garantire all’utente la possibilità di esprimersi e comunicare in relazione agli argomenti di proprio interesse, nonché una violazione dei diritti costituzionali, in particolare del diritto di esprimere liberamente il proprio pensiero, garantito dall’art. 21 della Carta Costituzionale e dalle convenzioni internazionali.

In forza di ciò Tizio asseriva che la natura giuridica del contratto stipulato con Facebook avesse la natura di un contratto a prestazioni corrispettive. Invero, atteso che Facebook, anziché richiedere all’utente un pagamento per l’utilizzo della piattaforma, riceve una remunerazione da parte delle aziende che effettuano le inserzioni pubblicitarie sulla piattaforma stessa, servendosi dei dati personali che l’utente ha acconsentito di mettere a disposizione.

La condotta limitativa avverso il post di Tizio appariva illogica tanto che chiedeva condannarsi la società di Facebook a risarcire i danni subiti, “quantificabili in via equitativa e, comunque, in una somma non inferiore ad € 100,00# per ogni account e per ogni giorno di sospensione per un totale di € 200,00# giornalieri dalla data del 10/09/2021 fino all’effettivo ripristino della piena funzionalità degli account e della restituzione e ripubblicazione dei contenuti oggetto di censura“.

La comparsa di comparizione e risposta di Facebook

Facebook compariva dinanzi al Tribunale di Varese ed eccepiva in primo luogo che tutte le limitazioni applicate a Tizio erano il frutto della reiterata violazione da parte sua della delle condizioni contrattuali accettate al momento della registrazione al servizio Facebook, il quale è una piattaforma privata disciplinata dalle regole stabilite nell’esercizio dell’autonomia privata. Altresì Facebook ricorda che la creazione e la gestione dei gruppi è soggetta a delle regole ed a specifiche condizioni contrattuali.

Facebook aveva preso parte attivamente alla lotta contro la disinformazione connessa al Covid-19 tutelando i suoi utenti eliminando i contenuti dannosi legati alla pandemia ovvero tutte le c.d. fake news relative alla stessa. Prescindendo dall’analisi compiuta di tutti i post pubblicati da Tizio, questi era particolarmente noto per aver diffuso informazioni falsi riguardo i vaccini nonché post che avessero lo scopo di istigare il lettore contro le misure governative adottate. Nello specifico, il discorso dell’Onorevole costatogli 30 giorni di sospensione dell’account aveva più o mentolo stesso tenore, infatti questi definiva i vaccini come “terapie sperimentali geniche di cui gli italiani sono cavie“, ancora “che i vaccini non sono sicuri né efficaci contro il COVID-19; che tutti i membri del Comitato Tecnico Scientifico sono pagati dalle case farmaceutiche.”

La qualificazione giuridica della fattispecie

Secondo quanto stabilito dal Tribunale il rapporto negoziale intercorrente tra le parti deve qualificarsi come contratto a prestazioni corrispettive e a titolo oneroso ed, in particolare, si tratta di un contratto per adesione nell’ambito del quale la ricorrente assume la veste di consumatore.

Rispetto alla dicitura che il Tribunale utilizza per la configurazione del rapporto giuridico tra Facebook e l’utente come contratto per adesione il Tribunale chiarisce che al fine del godimento dei servizi di Facebook è necessario che l’utente accetti le condizioni predisposte unilateralmente dal fornitore, e contenute in moduli online. Trovano pieno appoggio da parte del Giudicante le asserzione di Tizio rispetto alla qualifica del rapporto giuridico a titolo oneroso.

Si legge, ancora, nella sentenza rispetto alla corrispettività delle prestazioni come, “con la sottoscrizione dei moduli predisposti da Facebook, da un lato, quest’ultima si impegna a prestare un servizio in favore dell’utente e, in particolare, a mettere a disposizione dello stesso strumenti che gli consentono di connettersi ad altri utenti, creare community, condividere esperienze; dall’altro lato l’utente, concedendo a Facebook la facoltà di utilizzare i propri dati personali, permette a quest’ultima di conseguire un ritorno economico“.

Siffatta corrispettività viene data anche nella Direttiva 2019/770/UE – in vigore da gennaio 2022- , inerente “a determinati aspetti dei contratti di fornitura di contenuto digitale e di servizi digitali”. Si legge, infatti, nel considerando 24 che “la fornitura di contenuti digitali o di servizi digitali spesso prevede che, quando non paga un prezzo, il consumatore fornisca dati personali all’operatore economico. Tali modelli commerciali sono utilizzati in diverse forme in una parte considerevole del mercato. [……] La presente direttiva dovrebbe pertanto applicarsi ai contratti in cui l’operatore economico fornisce, o si impegna a fornire, contenuto digitale o servizi digitali al consumatore e in cui il consumatore fornisce, o si impegna a fornire, dati personali“.

La vessatorie delle clausole che determinano la sospensione dell’account

Rispetto alla vessatorie delle clausole poste in essere da Facebook, secondo il ricorrente in maniera unilaterale, e che gli permettono di bloccare e limitare gli account degli utenti iscritti il Tribunale chiarisce che il ricorrente le ha indicate in maniera generica, per cui deve operarsi una verifica rispetto alla quale le condizioni d’uso alle quali parte ricorrente ha aderito determinano a carico di questa, in qualità di consumatore, uno squilibrio dei diritti e degli obblighi contenuti nel contratto, con la precisazione che a rilevare è solo lo squilibrio di carattere giuridico e normativo, riguardante appunto la distribuzione dei diritti e degli obblighi derivanti dal contratto, non potendo per contro essere sindacato l’equilibrio economico del contratto, ossia la convenienza economica dell’affare concluso.

L’obiettivo dichiarato da Facebook ed espresso chiaramente nelle linee guida della Community è quello di evitare i danni alla salute delle persone. Orbene, le previsioni contrattuali definite nell’apposita sezione, pur se astrattamente considerate, non possono ritenersi vessatorie. Ben potendo queste essere ricondotte nell’alveo dell’ordinaria regolamentazione contrattuale, volta ad assicurare un’adeguata fruizione del servizio da parte di tutti gli utenti.

In poche parole:

La natura giuridica del potere di Facebook di limitare e sospendere gli account

Il potere che Facebook possiede e che gli viene riconosciuto in ambito contrattuale di limitare o sospendere il servizio può essere ricondotto all’interno dell’istituto di cui all’art. 1460 cod.civ. L’eccezione di inadempimento così rilevata, quale forma di autotutela può essere giustificata non solo dall’inadempimento delle obbligazioni principali, ma anche da quello delle c.d. obbligazioni collaterali.

Il Tribunale ribadisce che il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero non assoluto, ma incontra dei limiti; sebbene l’art. 21 Cost. contempla espressamente al co. 6 solo il limite del “buon costume“, è fuor di dubbio che lo stesso incontri limiti ulteriori, dovendo essere tutelati anche altri diritti parimenti garantiti dalla Costituzione.

Ancora, sempre nell’art. 21 Cost, si fa riferimento ad “ogni altro mezzo di diffusione”, da qui ne consegue che anche alla manifestazione del pensiero tramite internet devono essere applicate le garanzie costituzionali sopra richiamate, con la conseguenza che, anche in ragione del fatto che Facebook – come detto – si propone indifferentemente a tutte le persone interessate a vivere una dimensione sociale anche virtuale, la limitazione della libertà di manifestazione del proprio pensiero stabilita nelle condizioni contrattuali dovrà necessariamente rispettare i criteri affermati dalla Corte Costituzionale.

La decisione del Tribunale di Varese

A fronte di tutto quanto esposto sino a questo momento, il Tribunale di Varese giunge alla conclusione rispetto alla quale debba escludersi la vessatorietà delle clausole contrattuali in esame. Con la motivazione che queste contengono gli Standard della Community limitazioni della libertà di espressione astrattamente non comportanti una lesione del diritto costituzionale di cui all’art. 21 cost., essendo tali condizioni poste a tutela di diritti costituzionali parimenti rilevanti, tutelati anche dalla legge. Siffatte clausole possono essere, così, ricondotte all’interno dell’art. 1460 cod. civ.

Rispetto al post che ha scatenato l’annosa questione, quello in cui veniva condiviso il discorso dell’Onorevole alla seduta della Camera dei deputati, il Tribunale considera che se da una parte è vero che il contenuto del discorso parlamentare può essere ricondotto al c.d. diritto di critica della ricorrente, e per questo non potrebbe essere limitato, risolvendosi in una legittima critica della gestione politica della pandemia posta in essere dal Governo; dall’altro lato questo contiene anche affermazioni relative ai vaccini anti-covid il cui contenuto è sicuramente contrario agli Standard della Community, dichiarando la parlamentare, tra le altre cose, che i vaccini sono sperimentali, dannosi (se non letali), ed inefficaci.

Per questi motivi il ricorso non merita accoglimento ed è stato rigettato.

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