ITALIA SANZIONATA DALLA CORTE EDU PER SENTENZA SESSISTA

La condanna della Corte origina dalla sentenza assolutoria emessa dai Giudici di Appello di Firenze nel 2015 in ordine al reato di violenza sessuale di gruppo ai sensi dell’art. 609 bis co. 1 e 2, 609 ter nr. 2, 609 octies ed 81 cpv. cod. pen.

I Giudici di secondo grado, seppur ritenendo la vicenda “incresciosa” e certamente “non encomiabile”, ritenevano la condotta penalmente non censurabile, ponendo alla base del verdetto assolutorio motivazioni di ordine morale. 

Invero, in riferimento al rapporto sessuale orgiastico avvenuto con gli imputati, i Giudici ritengono che l’iniziativa del gruppo non fosse stata ostacolata dalla giovane, sicché gli stessi ben potevano aver mal interpretato la disponibilità della ragazza.

La censurabilità della sentenza de quo rileva soprattutto nella parte in cui i Giudici di Appello operano una valutazione morale della ragazza, ritenendola “soggetto femminile fragile, ma al testo stesso creativo, disinibito, in grado di gestire la propria (bi)sessualità, di avere rapporti fisici occasionali di cui nel contempo non era convinta”.

I Giudici riportano le dichiarazioni di alcune testi – valorizzandone il contenuto – che riferivano in merito agli atteggiamenti “particolarmente provocatori della vittima, che aveva ballato strusciandosi con alcuni di loro (gli imputati) ed aveva mostrato gli slip rossi mentre cavalcava sul toro meccanico.”

Da quest’ultima affermazione e dal fatto che la giovane avesse in momento cronologicamente antecedente alla violenza, consumato un rapporto orale all’interno dei bagni del locale ove si stava svolgendo la festa, i Giudici avevano desunto che non vi era alcuna censura apprezzabile tra il precedente consenso ed il presunto dissenso della giovane, rimasta una volta fuori dal locale in “balia del gruppo”. Altresì viene data rilevanza al fatto che la giovane dopo l’abuso, fosse “tornata da sola in bicicletta a casa, per un tragitto di circa 10 minuti, nonostante il paio di ore di aggressione e soprusi da lei descritti.”

La Corte EDU veniva adita dalla vittima.

Sulle motivazioni che hanno portato la Corte EDU a condannare l’Italia vi è “il linguaggio e gli argomenti utilizzati dalla Corte d’Appello” i quali “trasmettono pregiudizi sul ruolo delle donne che esistono nella società italiana e che possono costituire un ostacolo alla tutela effettiva dei diritti delle vittime di violenza di genere”.

Secondo Strasburgo, i Giudici fiorentini non avrebbero in alcun modo protetto la giovane donna dalla c.d. vittimizzazione secondaria, avallando invece la tesi – che purtroppo oggi è ancora non viene debellata – del “se l’è cercata”; atteggiamento in contrasto con l’art. 8 della CEDU.

La Corte Europea, pur non potendo entrare nel merito della vicenda, ha riferito che è essenziale che le autorità giudiziarie evitino di riprodurre stereotipi sessisti nelle loro decisioni, di minimizzare le violenze basate sul genere e di esporre le donne a una vittimizzazione secondaria con parole colpevolizzanti e moralizzatrici.

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