Illegittimo l’automatismo del cognome del padre ai figli in caso di riconoscimento congiunto

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La Corte ha dichiararato costituzionalmente illegittimo, in riferimento agli artt. 2, 3 e 117, primo comma, Cost., quest’ultimo in relazione agli artt. 8 e 14 CEDU, l’art. 262, primo comma, cod. civ., nella parte in cui prevede, con riguardo all’ipotesi del riconoscimento effettuato contemporaneamente da entrambi i genitori, che il figlio assume il cognome del padre, anziché prevedere che il figlio assume i cognomi dei genitori, nell’ordine dai medesimi concordato, fatto salvo l’accordo, al momento del riconoscimento, per attribuire il cognome di uno di loro soltanto.

Con ordinanza depositata il 17 ottobre 2019 e iscritta al n. 78 del registro delle ordinanze del 2020, il Tribunale ordinario di Bolzano, seconda sezione civile, ha sollevato questioni di legittimità costituzionale dell’art. 262, primo comma, del codice civile, nella parte in cui – con riguardo all’ipotesi del riconoscimento contemporaneo del figlio – non consente ai genitori, di comune accordo, di trasmettere al figlio, al momento della nascita, il solo cognome materno.

IL CONTRASTO CON LE NORME COSTITUZIONALI

Ad avviso del giudice rimettente, la norma ex art. 262 co. 1 c.c. si porrebbe in contrasto con gli artt. 2, 3, 11 e 117, primo comma, della Costituzione, quest’ultimo in relazione agli artt. 8 e 14 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), e agli artt. 7 e 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (CDFUE).

IL FATTO DAL QUALE ORIGINA LA QUESTIONE

In sede di dichiarazione di nascita, resa con il riconoscimento contemporaneo della figlia dinanzi all’incaricato dal direttore sanitario, i genitori le avevano attribuito, consensualmente, il solo cognome della madre. La dichiarazione, come prescritto dalla normativa vigente, veniva trasmessa all’Ufficiale dello stato civile, il quale formava l’atto di nascita, riportando il solo cognome materno.

L’ufficiale di stato civile, in base alla normativa prevista dal D.P.R. 396/2000 non può rifiutare l’adempimento di un proprio atto d’ufficio. Tuttavia, laddove ritenesse che quell’atto non avrebbe dovuto compiersi, l’ufficiale può fare istanza alla Procura della Repubblica presso il Tribunale competente per la circoscrizione.

Nel caso di specie, l’Ufficiale presentava istanza alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Bolzano, affinché venisse promosso il giudizio di rettificazione dell’atto di nascita, così da renderlo conforme al disposto normativo di cui all’art. 262, co. I, secondo periodo, cod. civ., per effetto della sentenza di questa Corte n. 286 del 2016.

L’ORIENTAMENTO GIà CONSOLIDATO DELLA Corte COSTITUZIONALE NEL 2016 e NEL 2006

Il giudizio che ha portato la Corte Costituzionale nel 2016 con la sentenza nr. 286 a pronunciarsi, non ha per oggetto il medesimo fatto storico della Corte 2022, in qualche modo detta invero la pronuncia de quo ha per oggetto il reclamo avverso il provvedimento del Tribunale ordinario di Genova che aveva respinto il ricorso avverso il rigetto, da parte dall’ufficiale dello stato civile, della richiesta di attribuire al figlio dei ricorrenti il cognome materno, in aggiunta a quello paterno. La sentenza del 2016 infatti ha aperto la porta, in realtà già socchiusa per mezzo della sentenza della Corte Costituzionale del 2006, all’attribuzione al figlio del doppio cognome, mediante l’aggiunta di quello materno.

Invero, ad onor del vero, la pronuncia nr. 61 del 2006 ut supra aveva già chiarito come, fosse necessario un cambiamento, una modernizzazione che rispecchiasse l’evoluzione della società. Tanto è vero che la Corte affermava: “l’attuale sistema di attribuzione del cognome è retaggio di una concezione patriarcale della famiglia, la quale affonda le proprie radici nel diritto di famiglia romanistico, e di una tramontata potestà maritale, non più coerente con i principi dell’ordinamento e con il valore costituzionale dell’uguaglianza tra uomo e donna“.

LA QUESTIONE PROBLEMATICA SECONDO IL TRIBUNALE DI BOLZANO

La questione problematica, dunque non è il diretto automatismo del cognome materno, bensì la possibilità per i genitori, in maniera consensuale, dunque in osservanza del loro diritto di autodeterminarsi, di attribuire al figlio il solo cognome materno.

Il Giudice a quo, ritiene che non sia possibile a causa della lettera chiara e precisa della norma la possibilità di un’interpretazione costituzionalmente orientata della disposizione censurata.

Il Tribunale di Bolzano sostiene poi che la disciplina sull’attribuzione del cognome, che è chiamato ad applicare, non sarebbe, innanzitutto, conforme all’art. 2 Cost., sotto il profilo della tutela dell’identità personale del figlio, in quanto il valore dell’identità della persona riflesso nel nome, nella pienezza e complessità delle sue espressioni, e nella sua valenza pubblicistica e privatistica, porterebbe a «individuare nei criteri di attribuzione del cognome del minore profili determinanti della sua identità personale».

Altresì ravvisa il contrasto della normativa sul cognome con il principio di eguaglianza riferito al genere, non trovando la disposizione censurata alcun sostegno nell’art. 3 Cost., il quale ha la funzione di ispirare i rapporti fra i genitori.

A sostegno della propria tesi, il Giudice a quo richiama la motivazione della sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo del 7 gennaio 2014, Cusan e Fazzo contro Italia, che avrebbe ravvisato nell’impossibilità per i genitori di attribuire al figlio, al momento della nascita, il cognome della madre, anziché quello del padre, una violazione dell’art. 14 CEDU (divieto di discriminazione), in combinato disposto con l’art. 8 CEDU (diritto al rispetto della vita privata e familiare).

LA CONTINENZA DELL’ORDINANZA n. 78 DEL 2020 E L’AUTORIMESSIONE

La Corte, nel corso del giudizio dopo aver rimesso la questione di legittimità a sé stessa – in relazione all’art. 262, co. I, cod. civ., in riferimento agli artt. 2, 3 e 117, primo comma, Cost., quest’ultimo in relazione agli artt. 8 e 14 CEDU – ha rilevato come, anche laddove «fosse riconosciuta la facoltà ai genitori di scegliere, di comune accordo, la trasmissione del solo cognome materno, la regola che impone l’acquisizione del solo cognome paterno dovrebbe essere ribadita in tutte le fattispecie in cui tale accordo manchi o, comunque, non sia stato legittimamente espresso». D’altro canto, osserva la Corte, come neppure il consenso, su cui fa leva la limitata possibilità di deroga alla disciplina generale che prevede l’attribuzione del cognome del padre, «potrebbe ritenersi espressione di un’effettiva parità tra le parti, posto che una di esse non ha bisogno dell’accordo per far prevalere il proprio cognome».

La Corte dichiara che la previsione dell’inderogabile prevalenza del cognome paterno sacrificherebbe il diritto all’identità del minore, negandogli la possibilità di essere identificato, sin dalla nascita, anche con il cognome materno» e incarna il retaggio di una concezione patriarcale, che non potrebbe “ritenersi giustificata dall’esigenza di salvaguardia dell’unità familiare, poiché è proprio l’eguaglianza che garantisce quella unità e, viceversa, è la diseguaglianza a metterla in pericolo”.

LE OPINIONI SCRITTE DELLE ASSOCIAZIONI DELL’AMBITO DELLA TUTELA DEI DIRITTI

Non sono mancate le opinioni congiunte di molte associazioni di grande rilievo sociale nel panorama sociale della lotta per i diritti. In questo senso di seguito si citano in maniera esemplificativa e non tassativa, l’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica A.P.S. e l’Associazione VOX – Osservatorio italiano sui diritti, le quali in persona dei propri legali rappresentanti, formulavano un’opinione scritta congiunta, in cui veniva portato in essere il carattere, secondo loro, discriminatorio nei confronti delle donne della regola vigente in materia di attribuzione del cognome ai figli, frutto di una “concezione della famiglia nemica delle persone e dei loro diritti“.

LA RIUNIONE DELLE ORDINANZE NR. 78/2020 e 222/2021

L’ordinanza del Tribunale di Bolzano non è stata l’unica a censurare le disposizioni normative in tema di cognome materno. Si rileva in questa sede come sia pervenuto anche l’ordinanza nr. 222/2022 della Corte di Appello di Potenza, inerente la questione di due genitori a sostegno dell’accoglimento delle questioni di legittimità costituzionale. Merita attenzione la vicenda che ha portato la Corte di Appello di Potenza a sollevare questione di legittimità. Invero, la vicenda veniva portata alla luce a seguito del diniego da parte del Tribunale di Lagonegro in riferimento alla richiesta di una coppia di genitori di attribuire al terzogenito il solo cognome materno. L’esigenza de qua originava dalla circostanza secondo la quale la coppia, già prima di unirsi in matrimonio, aveva già avuto altre due figlie riconosciute in precedenza dalla sola madre e che, pertanto, portavano solo il suo cognome. Il Tribunale adito dell’epoca aveva però escluso che potessero sussistere ragioni per sollevare questioni di legittimità costituzionale.

Nel caso di specie l’adozione dello stesso cognome delle sorelle al terzogenito non sarebbe stata un mero capriccio della coppia, ma avrebbe contribuito, come si legge in nella sentenza, “all’unitarietà del nucleo familiare assicurando al contempo la formazione dell’identità personale del minore in maniera omogenea rispetto ai fratelli”.

LA RIFORMA DEL DIRITTO DI FAMIGLIA DEL 1975 E LA RATIO DEL 262 CO. 1 COD. CIV.

La norma di cui all’art. 262 co. 1 cod. civ. ora censurata recita “Il figlio assume il cognome del genitore che per primo lo ha riconosciuto. Se il riconoscimento e’ stato effettuato contemporaneamente da entrambi i genitori il figlio assume il cognome del padre.” La ratio legis si rinviene nella formulazione dell’istituto del riconoscimento del figlio nato nel matrimonio del ante riforma del 1975, secondo cui il vecchio art. 144 cod. civl. prevedeva che : il marito è capo della famiglia; la moglie segue la condizione civile di lui, ne assume il cognome ed è obbligata ad accompagnarlo dovunque egli crede opportuno di fissare la residenza. Nel contesto del 1975, dunque, il cognome del marito imposto automaticamente anche alla moglie era quello che dava identità alla famiglia.

Ulteriore passaggio si ha con la riforma del 1975 che novella l’art. 144 cod. civ. ed ha introdotto l’art. 143-bis cod. civ., il quale prevede l’aggiunta e non la sostituzione del cognome del marito a quello della moglie. La disposizione è sempre stata interpretata come una facoltà della moglie di prendere il doppio cognome del marito e non un obbligo. Tuttavia, la disposizione censurata ed in particolare tutte le disposizioni che prevedono l’attribuzione del cognome paterno al figlio in maniera automatica, non sono state scalfita neppure dalla riforma della filiazione ai sensi della L. 10 dicembre 2012, n. 219.

LA DOPPIA CENSURA ALL’ART. 262 CO. I COD. CIV.

La Corte muove il giudizio i costituzionalità della norma censurare sotto un duplice profilo: il primo è l’illegittimità costituzionale della disposizione, nella parte in cui non consente di attribuire, con l’accordo fra i genitori, il solo cognome della madre. Si invoca, dunque, un intervento additivo avente un contenuto radicalmente derogatorio della regola generale sull’automatica trasmissione del cognome paterno.

Ancora, la Corte prospetta, in via pregiudiziale, un intervento sostitutivo della norma, nella parte in cui, in mancanza di diverso accordo dei genitori, impone l’attribuzione alla nascita del cognome paterno, anziché dei cognomi di entrambi.

I parametri costituzionali, sui quali si incentrano le censure ora richiamate, sono l’art. 2 Cost., in relazione alla tutela dell’identità del figlio, e l’art. 3 Cost., invocato a difesa del principio di eguaglianza nei rapporti fra i genitori.

Orbene, il contrasto è stato assorbito anche con gli obblighi internazionali, di cui all’art. 117, primo comma, Cost., il quale si focalizza, sulla scorta della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, sulla protezione dell’identità personale del figlio, mediata dall’art. 8 CEDU, e sul divieto di discriminazioni, di cui all’art. 14 CEDU.

Il diritto all’identità personale del figlio e l’eguaglianza tra i genitori

L’orientamento costante non solo della Giurisprudenza ma sociale, chiarisce che il cognome, insieme con il prenome, rappresenta il nucleo dell’identità giuridica e sociale della persona: le conferisce identificabilità, nei rapporti di diritto pubblico, come di diritto privato, e incarna la rappresentazione sintetica della personalità individuale, che nel tempo si arricchisce progressivamente di significati.

In questo senso, viene chiarito come è proprio il momento attributivo del cognome, quello regolato dalla norma censurata, che lega l’acquisizione dello status filiationis. Il cognome, dunque, come già portato in essere dalla sentenza della Corte Costituzionale nel 2016 deve radicarsi nell’identità familiare e, al contempo, riflettere la funzione che riveste, anche in una proiezione futura, rispetto alla persona.

L’identità familiare è data proprio dalle modalità di attribuzione del cognome. Si vuole nel caso di specie osservare come la norma di cui all’art. 262 cod. civ. rappresenta 3 momenti identificativi per l’identità personale del figlio con la famiglia:

  • il legame genitoriale con il padre, identificato da un cognome, rappresentativo del suo ramo familiare;
  • il legame genitoriale con la madre, anche lei identificata da un cognome, parimenti rappresentativo del suo ramo familiare;
  • la scelta dei genitori di effettuare contemporaneamente il riconoscimento del figlio, accogliendolo insieme in un nucleo familiare.

Un passaggio molto forte della Sentenza è il seguente: a fronte del riconoscimento contemporaneo del figlio, il segno dell’unione fra i due genitori si traduce nell’invisibilità della donna. A fronte dell’evoluzione dell’ordinamento, il lascito di una visione discriminatoria, che attraverso il cognome si riverbera sull’identità di ciascuno, non è più tollerabile.

Invero, la Corte chiarisce come il petitum dell’ordinanza di Bolzano nr. 78/2020 è fondato sulla possibilità di agire in deroga alla norma che attribuisce il cognome paterno in maniera automatica, quando c’è un accordo tra le parti, il quale stabilisce l’attribuzione del solo cognome materno. Ad oggi, questo l’ordinamento non lo consente. L’ordinamento non consente di agire in deroga alla legge quando vi sia un accordo tra le parti, nel caso i genitori. Ad ogni buon conto, senza eguaglianza mancano le condizioni logiche e assiologiche di un accordo.

LA SOLUZIONE DELLA CORTE DE IURE CONDENDO

La Corte ad un certo punto della pronuncia, (pag. 11) chiarisce come il carattere in sé discriminatorio della disposizione censurata, il suo riverberarsi sull’identità del figlio e la sua attitudine a rendere asimmetrici, rispetto al cognome, i rapporti fra i genitori devono essere rimossi con una regola che sia il più semplice e automatico riflesso dei principi costituzionali coinvolti.

L’illegittimità costituzionale della norma che comportava la preferenza per il cognome paterno rende ora necessario individuare un ordine di attribuzione dei cognomi dei due genitori compatibile con i principi costituzionali e con gli obblighi internazionali. Non si può, infatti, riprodurre – con un criterio che anteponga meccanicamente il cognome paterno, o quello materno – la medesima logica discriminatoria, che è a fondamento della odierna declaratoria di illegittimità costituzionale.

LA DISCIPLINA SUL DISACCORDO

La Corte si premura anche di rilevare le eventuali problematiche derivanti in caso di disaccordo dei genitori. Secondo i Giudici non deve ricercarsi la soluzione in nuove tecniche normative, perché l’ordinamento giuridico già conosce sistemi per risolvere il contrasto fra i genitori su scelte di particolare rilevanza che riguardano i figli. Si tratta, invero, del ricorso all’intervento del Giudice; si pensi alle disposizioni di cui agli arti. 316, co. II e III, cod. civ., nonché – con riferimento alle situazioni di crisi della coppia – dagli artt. 337-ter, terzo comma, 337-quater, terzo comma, e 337-octies cod. civ.

Le norme citate, sono già utilizzate, secondo Dottrina e Giurisprudenza dominante, dall’ordinamento a risolvere contrasti sull’attribuzione del nome del figlio, dunque perché non estendere il campo di applicazione anche in caso di cognome?

La Corte ritiene che in ordine al principio di uguaglianza e i principi internazionali sopra citati, al fine di poter attribuire al figlio il cognome di uno dei genitori, è necessario il loro accordo, non surrogabile in via giudiziale, in quanto implica la scelta di identificare con il cognome di uno dei genitori il duplice legame con il figlio. In mancanza di tale accordo, devono attribuirsi i cognomi di entrambi i genitori, nell’ordine dagli stessi deciso. Laddove non ci sia l’accordo sull’ordine di attribuzione dei cognomi dei genitori, che è parte della regola suppletiva, si rende necessario dirimere il contrasto e lo strumento che le norme vigenti consentono, attualmente, di approntare è quello dell’intervento giudiziale.

Vi sono poi anche altre norme, che rispettando il tenore dell’ora incostituzionale art. 262 co. 1 cod. civ., hanno bisogno alla stregua di essere modificate attraverso un intervento legislativo. Si citano qui alcune che vengono menzionate in tema di adozione nella sentenza della Corte:

  • l’art. 299, comma III, cod. civ., sull’adozione da parte dei coniugi del maggiore d’età, il quale dispone che «l’adottato assume il cognome del marito»;
  • l’art. 27, comma 1, della legge n. 184 del 1983, relativo all’adozione che stabilisce che l’adottato assume e trasmette il cognome degli adottanti. Il cognome cui si fa riferimento la norma, è quello del marito; a supporto di questa tesi, la norma prosegue chiarendo che solo se l’adozione è disposta nei confronti della moglie separata, l’adottato assume il cognome della famiglia di lei.

L’INVITO DELLA CORTE AL LEGISLATORE

La Corte nell’ultima parte della sentenza in analisi formula un invito al Legislatore. Invero, in primo luogo chiarisce come si rende necessario l’intervento finalizzato a impedire che l’attribuzione del cognome di entrambi i genitori comporti, nel succedersi delle generazioni, un meccanismo moltiplicatore che sarebbe lesivo della funzione identitaria del cognome. L’intervento de quo si dimostra essere impellente, anche per la circostanza che a partire già dal 2006, a seguito della sentenza nr. 286 della Corte Costituzionale, varie fonti normative hanno contribuito al diffondersi di doppi cognomi.

La domanda, però a questo punto appare spontanea, ci saranno bambini che avranno anche 4/6 cognomi? Ebbene, la Corte ha indicato in tal senso la necessità, dunque, di garantire la funzione del cognome, e di riflesso l’interesse preminente del figlio, indica l’opportunità di una scelta, da parte del genitore – titolare del doppio cognome che reca la memoria di due rami familiari – di quello dei due che vuole sia rappresentativo del rapporto genitoriale, sempre che i genitori non optino per l’attribuzione del doppio cognome di uno di loro soltanto.

DIRITTO INTERTEMPORALE

La sentenza avrà validità dal giorno successivo alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale rispetto alle sole norme dichiarate costituzionalmente illegittime che riguardano il momento attributivo del cognome al figli. La stessa troverà applicazione alle ipotesi in cui l’attribuzione del cognome non sia ancora avvenuta, comprese quelle in cui sia pendente un procedimento giurisdizionale finalizzato a tale scopo.

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