Corte Cost., 14 aprile 2022, n. 95

1.      LA MASSIMA

La Corte Costituzionale dichiara la parziale illegittimità costituzionale dell’art. 726 c.p., norma che configura l’illecito amministrativo degli atti contrari alla pubblica decenza, nella parte in cui prevede la sanzione amministrativa pecuniaria da euro 5.000 ad euro 10.000, anziché quella, conforme alla ragionevolezza di cui all’art. 3 Cost., da euro 51 ad euro 309. Quest’ultima cornice edittale, proporzionata al reale disvalore degli atti contrari alla pubblica decenza, anche in rapporto ai più gravi atti osceni in luogo pubblico o aperto al pubblico, si ricava dalla sanzione amministrativa prevista per l’illecito degli atti osceni colposi, di cui all’art.  527 co. 3 c.p., cui la fattispecie ex art. 726 c.p. è assimilabile sul piano materiale. In particolare, tanto nell’ipotesi di atti osceni colposi, quanto nell’ipotesi di atti contrari alla pubblica decenza si ingenera un analogo senso di fastidio e di molestia negli astanti che assistono al fatto, senza però quella dimensione aggressiva presente invece negli atti osceni deliberatamente compiuti in pubblico.

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2.      RIFERIMENTI NORMATIVI

Art. 726 c.p.;

Art. 527 co. 2 e co. 3 c.p.

Art. 3 Cost.

3.    SVILUPPO ARGOMENTATIVO DELLA DECISIONE

  1.  A mente dell’art. 726 c.p. è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da euro 5.000 ad euro 10.000 chiunque commetta, in pubblico o in luoghi aperti ed esposti al pubblico, atti contrari alla pubblica decenza. Dal repertorio giurisprudenziale si apprende che la fattispecie di cui all’art. 726 c.p. offende il normale sentimento di costumatezza e manifesta una, volontaria o involontaria, trascuratezza per le regole di buona educazione che sono proprie di una civile convivenza. Questo rilievo permette di conferire maggiore tangibilità agli “atti contrari alla pubblica decenza”, venendo questi ultimi a coincidere con atti espressivi di cattiva educazione che provocano negli astanti un senso di fastidio e riprovazione. Gli atti contrari alla pubblica decenza non convogliano, però, messaggi di tipo sessuale (configurandosi altrimenti la più grave fattispecie degli atti osceni in luogo pubblico), pur potendo essi consistere anche nell’esibizione in pubblico di parti intime del proprio corpo. L’esempio più ricorrente di atto contrario alla pubblica decenza, cui si riferisce anche il caso che ha occasionato la rimessione alla Consulta, è quello di urinare in pubblico.
  2. Di contro, gli atti osceni di cui all’art. 527 c.p. risultano offensivi del pudore, e dei diritti fondamentali di coloro che assistono agli atti, e suscitano negli spettatori un maggior senso di ripugnanza, spesso accompagnata dal timore tali atti aggressivi conducano alla successiva perpetrazione di altri atti di natura violenta. Tale poziore dimensione aggressiva è enfatizzata quando gli atti osceni vengano posti in essere in corrispondenza di luoghi abitualmente frequentati da minori – arg. ex art. 527 co. 2 c.p.-. A dispetto della differente collocazione codicistica e del diverso tipo di atto stigmatizzato dagli artt. 527 c.p. e 726 c.p., le fattispecie degli atti osceni e degli atti contrari alla pubblica decenza sono da sempre stati accostati per il comune denominatore dato dall’esibizione di parti del proprio corpo, in una considerazione di decrescente offensività, che parte dai più gravi atti osceni dolosi, fino a giungere agli atti contrati alla pubblica decenza, dolosi o colposi che siano.
  3. Giova ricordare che, all’esito di un copioso intervento di depenalizzazione, con l’art. 2, co. 1, lett. a) e co. 6 del D.Lgs. 8/2016 le due fattispecie degli atti osceni e degli atti contrari alla pubblica decenza sono state trasformate in illeciti amministrativi, con la sola salvezza della previsione di cui all’art. 527 co. 2 c.p., atti osceni dolosi “aggravati” dall’essere commessi nelle adiacenze di luoghi frequentati da minori, che delinea un delitto punito con la reclusione da quattro mesi a quattro anni e sei mesi.
  4. Poste queste premesse, la Corte Costituzionale viene interpellata per sindacare la conformità della sanzione amministrativa prevista dall’art. 726 c.p. con l’art. 3 Cost. (in combinato disposto con la norma costituzionale che tutela il diritto limitato dalla sanzione), ossia con il principio di ragionevolezza, palesandosi una palese sproporzione tra la gravità della sanzione comminata ed il reale disvalore astratto degli atti contrari alla pubblica decenza. In primo luogo, la Corte ribadisce che il principio di proporzionalità tra sanzione e fatto sanzionato trova applicazione, anche al di fuori del diritto penale, sulla base dell’art. 3 Cost., norma che impone al legislatore di orientare la propria discrezionalità al criterio della ragionevolezza. Altrimenti, in caso di palese sproporzione sanzionatoria, la scelta irragionevole del legislatore si risolve in una ingiustificata limitazione di un diritto costituzionalmente rilevante. Pertanto, anche per il diritto amministrativo sanzionatorio, quando la sanzione amministrativa non assume natura sostanzialmente penale secondo i criteri Engel (nel qual caso, la questione sulla proporzionalità della pena si colorerebbe del riferimento all’ulteriore parametro dell’art. 27 Cost.), si impone il rispetto del generale principio di ragionevolezza dettato dall’art. 3 Cost.
  5. Una simile sproporzione si manifesta anche rispetto all’art. 726 c.p., sia valutando l’intrinseca offensività della fattispecie, sia comparando quest’ultima con la maggiore offensiva di altre fattispecie, che sono tuttavia punite meno severamente. Dal primo punto di vista, si osserva che gli atti contrari alla pubblica decenza sono forieri soltanto di un senso di fastidio negli spettatori, senza alcuna particolare denotazione aggressiva. Quanto al secondo aspetto, è evidente che dal confronto con altre fattispecie emerga la sproporzione sanzionatoria dell’art. 726 c.p.: basti considerare che molte delle fattispecie che attengono a violazioni del codice della strada, del pari depenalizzate, nonostante la loro maggiore offensività, vengono punite con sanzioni amministrative più basse; così come la severità sanzionatoria dell’art. 726 c.p. si desume chiaramente dal confronto con l’art. 527 c.p., posto che la più grave fattispecie degli atti osceni dolosi ex art. 527 co. 1 c.p. viene punita, nel minimo, allo stesso modo della meno grave fattispecie degli atti contrari alla pubblica decenza.
  6. Pertanto, attesa la violazione dell’art. 3 Cost., il giudice delle leggi rinviene come tertium comparationis, rilevante per determinare una sanzione congrua al disvalore del fatto, la fattispecie degli atti osceni colposi, di cui all’art. 527 co. 3 c.p. Questa assimilazione è giustificata da una comune matrice oggettiva dei due illeciti, in quanto in ambedue i casi gli spettatori, ora per il carattere colposo del compimento di atti osceni, ora per l’intrinseca natura degli atti contrari alla pubblica decenza, subiscono un senso di ripugnanza che, però, non si traduce nel timore di una successiva aggressione da parte dell’autore dell’illecito. D’altro canto, per il principio di indifferenza tra dolo e colpa, che governa tanto le contravvenzioni penali, quanto gli illeciti amministrativi, la colpevolezza non delinea il fuoco del disvalore del fatto, incidendo solamente sulla determinazione della sanzione entro la cornice edittale prevista dalla legge.

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