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Cass. Sez. Un., 4 aprile 2022, n. 10860

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1.      SINTESI DEL CASO CONTROVERSO E QUESITI SOTTOPOSTI ALLE SEZIONI UNITE

Un’impresa, con sede principale in Italia, trasferisce la sede sociale, prima della declaratoria del suo fallimento, in altro Stato membro dell’UE. Si pone, dunque, il problema di determinare il giudice, munito di giurisdizione, competente a conoscere dell’istanza fallimentare. Le SS.UU. vengono immediatamente investite della questione attraverso il regolamento preventivo di giurisdizione. Il massimo consesso del giudice di legittimità, superando la presunzione, prevista dall’art. 3 del Reg. comunitario n. 1346/2000, che designa il luogo della sede sociale quale presumibile centro principale degli affari e degli interessi della società, afferma che il luogo di prevalente operatività della società fallita continua ad essere l’Italia. Sul crinale giurisdizionale, ciò implica che la giurisdizione sia di spettanza del giudice ordinario italiano. In sede di rinvio, dopo la decisione da parte del Tribunale, la Corte d’Appello, dubitando della fondatezza della statuizione delle SS.UU. sull’interpretazione dell’art. 3 Reg. citato, effettua un rinvio pregiudiziale alla CGUE. In sostanza, la CGUE si attiene all’interpretazione che aveva costantemente fornito in merito all’art. 3 Reg. citato, la quale era stata già applicata dalle SS.UU. in sede di regolamento preventivo di giurisdizione. Ciononostante, la Corte d’Appello, sulla base di una diversa ricostruzione dei fatti (in quanto le SS.UU., in sede di regolamento preventivo di giurisdizione, sono anche eccezionalmente giudice del fatto), ritenendo effettivo il trasferimento della sede sociale in altro Stato membro, declina la propria giurisdizione. Avverso tale ultima sentenza ricorre per Cassazione il curatore fallimentare; il ricorso occasiona la rimessione della questione di massima di particolare importanza al vaglio delle Sezioni Unite. I quesiti su cui sono chiamate a pronunciare le SS.UU. concernono “la possibilità per il giudice di merito di riesaminare una questione di giurisdizione già definita dalla Corte di Cassazione in sede di regolamento preventivo, a seguito di una pronuncia della CGUE, adottata in sede di rinvio pregiudiziale ai sensi dell’art. 267 TFUE che, nel fornire l’interpretazione della norma comunitaria che disciplina il riparto di giurisdizione tra i giudici degli Stati membri, abbia ribadito i principi precedentemente enunciati e già applicati dal giudice di legittimità”.

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2.      RIFERIMENTI NORMATIVI

Art. 267 TFUE;

Art. 3 Reg. UE n. 1346 del 2000;

Art. 41 c.p.c.

3.   PRINCIPIO DI DIRITTO DELLE SS.UU.

“-A seguito di statuizione sulla giurisdizione da parte della S.C. adita in sede di regolamento, il giudice nazionale non di ultima istanza avanti al quale il processo prosegua è ammesso a sollevare questione pregiudiziale ex art. 267 TFUE avanti alla Corte di Giustizia qualora dubiti della conformità di questa statuizione al diritto UE;- in tal caso la vincolatività della statuizione interna sulla giurisdizione viene meno soltanto all’esito della decisione della CGUE dalla quale si evinca l’effettiva contrarietà di questa statuizione al diritto UE, e nei limiti della contrarietà così emergente”.

4.    SVILUPPO ARGOMENTATIVO DELLA DECISIONE

La questione sottoposta al vaglio delle Sezioni Uniti desta interesse per due ragioni. In primo luogo, la decisione applica l’art. 3 del Reg. UE 1346/2000, che è un esempio emblematico di disposizione di diritto internazionale privato c.d. comunitario. In tal senso, questa norma ambisce a dirimere i conflitti di giurisdizione che possono sorgere tra giudici di diversi Stati membri, le quante volte la società decotta trasferisca, come sovente avviene, la propria sede legale in altro Stato prima dell’accertamento dello stato di fallimento. L’art. 3 citato concilia due esigenze opposte: da una parte, pone una regola di semplificazione del giudice munito di giurisdizione, attraverso la previsione di una presunzione di coincidenza tra la sede statutariamente indicata ed il centro principale degli affari e degli interessi della società. Dall’altra, attribuisce alla suddetta presunzione valore relativo, onde evitare che gli automatismi legislativi possano favorire il fenomeno di forum shopping da parte della società fallita, permettendole di scegliere il giudice (beninteso, tra quelli degli Stati membri dell’UE) più gradito. Dalla giurisprudenza della CGUE si desume che la presunzione relativa posta dall’art. 3 del Reg. UE citato può essere superata attraverso un’analisi globale di tutti gli indici rivelatori di una difformità tra la sede sociale ed il centro principale degli affari della società fallita. In questo giudizio ad ampio raggio è possibile valorizzare, anche a dispetto dall’assenza di un nesso di persistente dipendenza nello Stato membro da cui è stata trasferita la sede sociale, tutti quegli elementi da cui risulta che al trasferimento della sede sociale non si sia accompagnato un trasferimento del centro degli interessi della società. Un rilievo del genere può anche essere fondato, prima facie, sulla permanente collocazione, nello Stato membro da cui si è trasferita la società fallita, di un centro di direzione e di gestione sociale, purché la discordanza tra sede sociale e centro di interessi societario che da questo dato si intende desumere venga confortato anche da una serie di altri elementi obiettivi e riconoscibili da parte di terzi.

Un secondo motivo di interesse risiede, poi, nel rapporto tra il valore del giudicato interno e l’applicazione necessaria ed uniforme del diritto UE. In questo rapporto si insinua il disposto dell’art. 267 TFUE, che attribuisce alla Corte di Giustizia dell’UE il ruolo di organo giurisdizionale munito di una esclusiva funzione di nomofilachia del diritto dell’UE, tale da dotare le proprie pronunce di una efficacia vincolante erga omnes che ne fanno delle “interpretazioni autentiche”, con carattere retroattivo, del diritto eurounitario.

  1. Il rapporto tra diritto UE e nomofilachia della CGUE, da un lato, ed intangibilità del giudicato interno, dall’altro, può essere espresso come segue:
    • Il giudicato non è un valore che ha un immediato addentellato costituzionale, dal momento che la certezza del diritto e la stabilità su cui la cosa giudicata si fonda sono serventi alla tutela del diritto di difesa e degli interessi processuali delle parti. Guardando al diritto interno, dunque, non si può ritenere che il riconoscimento di un potere di nomofilachia vincolante in capo alla CGUE sia sottrattivo di poteri al giudice ordinario nazionale; così come, invero, la cedevolezza del giudicato può essere tollerata quando la statuizione travolta non incida significativamente sul diritto di difesa delle parti processuali di cui all’art. 24 Cost. In particolare, ciò si verifica in almeno due ipotesi: a) in caso di giudizio di rinvio, laddove si ammette che una sopravvenuta pronuncia della CGUE difforme al principio di diritto enunciato dal giudice di legittimità nazionale assurga a jus superveniens giuridicamente rilevante; b) in caso di pronuncia vincolante sulla mera spettanza della giurisdizione, laddove il privato potrà sempre ripresentare la medesima istanza al giudice munito di giurisdizione. In entrambi i casi surriferiti si tratta, a ben vedere, di giudicato endoprocessuali, che quindi non esplicano i propri effetti su processi distinti rispetto a quello a cui si riferiscono; in questo modo, non impattando severamente sul diritto di difesa delle parti in lite, né altrimenti sui terzi estranei al processo, si può giustificare una dequotazione del giudicato. Da questo punto di vista, viene assicurata la preminenza del diritto UE per come interpretato in modo uniforme e vincolante dalla CGUE. Non si deve dimenticare, del resto, che la CGUE ha più volte ribadito che l’ordinamento eurounitario non tollera limiti gravanti sul giudice nazionale, anche se non di ultima istanza, in merito al suo potere di adire, in via pregiudiziale, la Corte di Giustizia. Si ricorderà, infatti, come la medesima questione si sia prospettata rispetto all’art. 99 c.p.a., nella parte in cui vietava ad una sezione semplice del C.d.S. di disattendere il dictum dell’A.P. e di avvalersi della pregiudizialità comunitaria (cfr. C.d.S. 168/2017). Ancora, una evidente relativizzazione del giudicato interno si ha nel caso Lucchini, deciso dalla CGUE in materia di aiuti di Stato, nel quale una invasione delle competenze della Commissione UE in questo settore, in uno con la impossibilità di recuperare in altro modo gli aiuti di Stato illegittimi, ha imposto il superamento del giudicato interno difforme dal diritto UE. Tuttavia, come dimostra l’esito della controversia in ordine alla ricorribilità per Cassazione, ex art. 111 co. 8 Cost., di una pronuncia del giudice amministrativo abnorme, in quanto confliggente col diritto UE, il giudicato non è cedevole in ogni caso.
    • Per altro verso, infatti, il valore della certezza del diritto espresso dal giudicato non è ignorato dallo stesso diritto dell’UE, in specie per quanto questo ordinamento enfatizzi la tutela del legittimo affidamento dei consociati sui diritti quesiti. Difatti, a più riprese, la stessa CGUE ha ribadito che non esiste un obbligo comunitario di superare il giudicato nazionale difforme dal diritto UE, nemmeno attraverso lo strumento della disapplicazione della norma procedurale interna ostativa; v’è invece soltanto l’obbligo di adeguare il diritto interno alle statuizioni della CGUE nella misura massima consentita dagli strumenti processuali già previsti dal diritto nazionale (ad es., nel diritto amministrativo, giudizio di ottemperenza e, per alcuni, annullamento d’ufficio del provvedimento anticomunitario).
  2. Ne discende che, nel caso sottoposto alle SS.UU., il giudice di merito innanzi al quale prosegue il processo deciso, quanto alla giurisdizione, dalla S.C. è sempre ammesso ad interpellare la CGUE con un rinvio pregiudiziale. Naturalmente, nel caso in cui il giudice comunitarie dovesse dare un’interpretazione distonica rispetto a quella seguita dal giudice interno che ha precedente deciso sulla controversia, il giudice remittente deve aderire al nuovo orientamento della CGUE. Se, però, la Corte di Giustizia ribadisce il medesimo orientamento già seguito in precedenza, ed adottato dal giudice interno che ha conosciuto per primo la controversia, il giudice remittente non viene munito del potere di discostarsi dal giudicato interno, né ve ne sarebbe motivo, in quanto il diritto UE è stato rispettato.

Si segnala:

Cass. civ., sez. I, 4 aprile 2022, n. 10844

Sulla inammissibilità, nell’ordinamento italiano, di una domanda di rettificazione dell’atto di nascita di un bambino concepito all’estero con tecniche di fecondazione di tipo eterologo, vietate dall’art. 4, co. 3, l. n. 40 del 2004. Segnatamente, non è accoglibile la domanda volta ad indicare, nell’atto di nascita, in qualità di madre, anche il nome della donna legata da una stabile relazione affettiva con la partoriente.

Tar Catania, sez. I, 31 marzo 2022, n. 933

Sul soccorso istruttorio nella finanza di progetto.

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