Cass. pen., SS.UU., 19 febbraio 2021 nr. 6551

Con ordinanza dell’11 maggio 2020 nr. 14260 sono state rimesse alle Sezioni Unite 3 questioni di diritto in materia di ordinamento penitenziario ed in particolare riguardanti lo spazio minimo necessario ad ogni detenuto.

Invero la Corte nella sua massima composizione fa chiarezza circa i criteri di computo dello “spazio minimo disponibile” per ciascun detenuto, il quale secondo la Corte EDU è fissato in 3 mtq.

Ancora se in tal senso assume rilievo lo spazio occupato dal mobilio (letto/i se la cella è costituita per più persone).

Da ultimo se nel caso di accertata violazione possa comunque escludersi l’art. 3 della CEDU nel concorso con altre condizioni, individuate dalla medesima corte, nella breve durata della detenzione, sufficiente libertà di movimento fuori dalla cella, dignitose condizioni carcerarie in genere.

Dunque in sostanza alle Sezioni Unite viene chiesto non solo di quantificare il criterio di computo dei 3 mtq necessari ad ogni detenuto, ma anche se la violazione del predetto spazio per ogni detenuto possa sopperire ed essere “bilanciata” con le circostanze sopra elencate.

La vicenda origina dal ricorso proposto dal Ministero della Giustizia avverso il provvedimento del Magistrato di sorveglianza di L’Aquila, il quale riconosceva che la detenzione da lui subita si era svolta in condizioni tali da violare l’art. 3 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, di talché che gli veniva riconosciuta, a titolo di risarcimento, la somma di euro 4.568,00.

Ebbene il reclamante richiamando la sentenza della Corte EDU 20/10/2016 Mursic c. Croazia, aveva censurato l’ordinanza per l’adozione di un erroneo criterio di calcolo della superficie detentiva media goduta dal detenuto. 

La stessa era stata determinata al netto dello spazio occupato degli arredi e non al loro, inducendo il Magistrato di Sorveglianza a respingere l’istanza con riferimento ad alcuni periodi di detenzione trascorsi nelle Carceri di Carinola e Palmi.

L’ordinanza sottolinea come contrasto in merito al criterio di calcolo per lo spazio minimo che deve essere assicurato a ciascun detenuto. Tali diatribe originano dalla diversa nozione che viene data alla dicitura “spazio disponibile” inteso talvolta come “superficie materialmente calpestabile” ovvero come “superficie che assicuri il normale movimento nella cella”.

Secondo un primo orientamento la superficie lorda della cella deve essere detratta l’area occupata dagli arredi, senza alcuna distinzione fra gli stessi (fissi o mobili).

Secondo altro, successivo alla sentenza Mursic c. Croazia del 2016, si dovrebbe operare una distinzione tra arredi fissi e mobili, i primi essendo di ostacolo al libero movimento dovrebbero essere detratte dallo spazio minimo, mentre invece gli arredi mobili del tipo tavolini e sgabelli non devono essere tenuti in considerazione.

La questione controversa a cui hanno dato soluzione tali SS.UU. dipana dalla interpretazione dell’art. 3 della CEDU il quale proibisce la tortura ed il trattamento di pena disumano ovvero degradante. Il divieto sancito dall’art. 3 della Convenzione rappresenta un elemento imprescindibile in tutti gli strumenti internazionali di difesa dei diritti dell’uomo e in lunga misura delle Costituzioni moderne; perciò la Corte ha più volte ribadito l’importanza del divieto definendolo quale “principio fondamentale delle società democratiche“. 

Si osserva che la norma de qua, oltre ad essere una delle più scarne, è l’unica della Convenzione che non prevede eccezioni o deroghe, il veto di fatti non trova alcun intralcio o impedimento d’azione, neppure in circostanze gravi quali la lotta al terrorismo o alla criminalità organizzata.

Quest’ultimo assunto lo si evince dalla sentenza Chahal c. Regno Unito, nella quale i Giudici sostengono il principio di diritto secondo cui nessuna circostanza, comprese quella di minaccia di terrorismo o le circostanze di preoccupazioni per la sicurezza nazionale, può giustificare che un individuo venga esposto al rischio concreto di siffatte violazioni dei diritti umani.

Le SS.UU. con sentenza del 2021 hanno affermato che nella valutazione dello spazio minimo di 3mtq. che deve essere assicurato ad ogni detenuto, non solo perché lo Stato non incorra nella violazione del divieto di trattamenti inumani o degradanti, statuito dall’art. 3 della CEDU, ma anche per dignità della persona reclusa, si deve avere riguardo alla superficie che assicura il normale movimento e, pertanto, vanno detratti gli arredi tendenzialmente fissi al suolo, tra cui rientrano i letti a castello.

Ed ancora, in relazione all’accertata violazione di tale quadratura metrica i fattori compensativi come breve durata, dignità delle condizioni carcerarie nonché sufficiente libertà di movimento al di fuori della cella, la Corte ha statuito che se ricorrono congiuntamente, possono concedere il superamento della presunzione di violazione dell’art. 3 CEDU derivante dalla disponibilità nella cella collettiva di uno spazio minimo individuale inferiore a 3 mtq.

Nel caso di disponibilità di uno spazio individuale fra i 3 e i 4 mtq, i predetti fattori compensativi, unitamente ad altri di carattere negativo, concorrono nella valutazione unitaria delle condizioni di detenzione richiesta in relazione all’istanza presentata ai sensi dell’art. 35-ter ord. pen.

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