Cass. Pen. Sez. V, 5 aprile 2022 nr. 12839

1. LA MASSIMA

Lo storno della clientela altrui non integra il reato di turbata libertà dell’industria o del commercio, di cui all’art. 513 c.p., se la condotta fraudolenta dell’autore del reato non sia anche idonea, ed intenzionalmente protesa, ad impedire o turbare a monte l’attività d’impresa del concorrente. Il bene giuridico tutelato dall’art. 513 c.p. è, infatti, il libero e normale svolgimento dell’industria e del commercio, la cui alterazione si riverbera sull’ordine pubblico economico.

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2. RIFERIMENTI NORMATIVI

Art. 513 c.p. Art. 513bis c.p

3. SVILUPPO ARGOMENTATIVO DELLA DECISIONE

1) La condotta fraudolenta di una impresa che sottrae la clientela dei propri concorrenti, attraverso l’acquisizione di dati ed informazioni riservate ed il loro indebito utilizzo, configura indubbiamente un atto di concorrenza sleale ex art. 2598 c.c., ma non sempre integra il reato di turbata libertà dell’industria o del commercio.

2) Lo storno fraudolento della clientela, da una parte, non è sussumibile nella fattispecie di cui all’art. 513 bis c.p., giacché quest’ultima fattispecie richiede che gli atti di concorrenza illeciti siano accompagnati da minaccia o violenza, e , dall’altra, solo prima facie si può inquadrare nell’ambito dell’art. 513 c.p. Se è vero che quest’ultima norma incriminatrice stigmatizzi l’impiego di mezzi fraudolenti, come lo storno capzioso della clientela altrui, non meno vero è che la norma punisca il soggetto che impedisca o quantomeno turbi l’esercizio di un’attività di industria o commercio. La disposizione incriminatrice tutela, infatti, l’ordine pubblico economico e, più nello specifico, la libertà di iniziativa economica privata dei singoli, sancita all’art. 41 Cost. Non si tratta, dunque, di una forma di tutela penalistica della concorrenza, per quanto l’incriminazione de quo sortisca anche l’effetto di evitare condotte che falsino il gioco della concorrenza. In ciò risiede, in definitiva, la differenza ontologica, quanto al bene giuridico tutelato, tra l’art. 513 e l’art. 513 bis, che è espressamente rivolto alla tutela del regime concorrenziale del mercato.

3) Sulla base di queste premesse, la giurisprudenza ha chiarito che anche una condotta perpetrata a danno di un solo imprenditore concorrente può integrare gli estremi dell’art. 513 c.p., purché non si risolva in un mero atto di concorrenza sleale a base fraudolenta (collocandosi quelli a base violenta o minacciosa nell’ambito dell’art. 513 bis), ma vi sia l’intenzione dell’agente di impedire o turbare l’attività d’impresa del concorrente e la condotta risulti obiettivamente idonea ad incidere a monte sullo svolgimento stesso dell’attività imprenditoriale (ad es. provocando l’interruzione dell’attività, una sua contrazione, etc…)

4) Ne consegue che il mero atto di concorrenza sleale, come lo storno di clienti, si esaurisce, di solito, in una condotta che impatta soltanto sulla destinazione finale dell’attività di impresa, rendendo cioè difficoltoso per l’imprenditore ostacolato di raggiungere la clientela, il target della propria impresa.

SENTENZE SEGNALATE

Si segnalano:

Cass. pen., sez. V, 5 aprile 2022, n. 12827

Sulla distinzione tra il mobbing e lo stalking e sulla configurabilità di uno stalking “occupazionale” del datore di lavoro a danno dei propri dipendenti.

Cass. civ., sez. I, 5 aprile 2022, n. 10989

Su una delle prime applicazioni del nuovo diritto vivente della Corte Costituzionale in merito all’ambito applicativo dell’istituto dell’adozione in casi particolari, segnatamente la lett. d) dell’art. 44, co. 1 l. n. 184 del 1983. La S.C. si sofferma, in particolare, sulla necessità di consentire l’adozione a mente della norma da ultimo citata anche in caso di minori non abbandonati, ma le cui figure genitoriali sono incapaci di esercitare la responsabilità genitoriale. Il superiore interesse del minore impone, altresì, di riconoscere l’instaurazione, in capo all’adottato, di rapporti di parentela anche con l’adottante (sebbene nelle adozioni di cui alla l. 184/83 l’adottato non perde i legami con la propria famiglia di origine).

Cass. pen., sez. V, 5 aprile 2022, n. 12826

Sul reato di diffamazione su un gruppo Facebook. Definire qualcuno “bimbominkia” sui social integra gli estremi della diffamazione aggravata, a misura che l’espressione offensiva allude alla natura di ipodotato intellettuale del soggetto passivo del reato. 

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