Cass. Pen., Sez. III, 1 aprile 2022, n. 11992

1.      RIFERIMENTI NORMATIVI

art. 131bis c.p., art. 9 D. Lgs. N. 81 del 2008.

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2.      MASSIMA

La commissione di più contravvenzioni di cui all’art. 9 D.Lgs. n. 81 del 2008 da parte del datore di lavoro impedisce l’applicazione, a suo favore, della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto ex art. 131bis c.p., in quante tali molteplici violazioni, offendendo tutte i beni giuridici della incolumità e della vita dei lavoratori, sono connotate dalla medesimezza d’indole. A tal riguardo, integra una condotta abituale, tale da impedire l’applicazione della causa di non punibilità di cui all’art. 131bis c.p., non soltanto la commissione di reati della stessa indole in tempi diversi, ossia l’evenienza in cui si configuri in capo all’agente una recidiva specifica, ma anche la commissione di più reati della stessa indole nel medesimo contesto spazio-temporale, ed anche se le singole violazioni, prese nella loro individualità, risultino di particolare tenuità offensiva.

3.   SVILUPPO ARGOMENTATIVO DELLA DECISIONE

La pronuncia ribadisce tre aspetti dell’istituto della non punibilità per particolare tenuità del fatto che è utile porre in evidenza.

  1. La causa di non punibilità per particolare tenuità dell’offesa ex art. 131bis c.p. presuppone che il fatto contestato all’agente sia tipico, antigiuridico e colpevole, ossia completo di tutti gli elementi affinché esso costituisca reato. Ciò implica che deve trattarsi di un fatto offensivo del bene giuridico presidiato dalla norma incriminatrice, posto che un fatto radicalmente inoffensivo si tradurrebbe, secondo l’indirizzo consolidato in giurisprudenza, in un fatto atipico. Tuttavia, l’offensività del fatto contestato può essere valutata dal giudice come particolarmente tenue, agli effetti dell’applicazione dell’art. 131bis. Perché un fatto si possa considerare di particolare tenuità è, comunque, necessario che la cornice edittale della norma incriminatrice che lo sanziona soddisfi i limiti enucleati dall’art. 131bis co. 1 c.p.; inoltre, il legislatore ha anche stabilito quali sono i criteri con i quali il giudice debba stabilire il grado dell’offesa, richiamando l’art. 133 co. 1 c.p. Nondimeno, il mancato richiamo dell’art. 133 co. 2 c.p., norma che attiene alla valutazione della capacità a delinquere del reo, manifesta l’intenzione del legislatore di espungere dall’area del giudizio di particolare tenuità dell’offesa i criteri indicati dal capoverso dell’art. 133. Tra questi criteri rileva, in particolare, la condotta del reo susseguente alla commissione del reato: quand’anche vi sia stata una resipiscenza post delictum del reo, questa non può rilevare ai fini dell’applicazione dell’art. 131bis.
  2. Una particolare questione che ha riguardato la causa di non punibilità per particolare tenuità dell’offesa concerne la compatibilità tra l’art. 131bis ed i reati di pericolo presunto, categoria, quest’ultima, nella quale rientrano anche le contravvenzioni di cui all’art. 9 del D.Lgs. 81 del 2008, in materia di sicurezza sul lavoro. Il dubbio sorge dalla peculiare conformazione dei reati di pericolo presunto, i quali, a differenza di quelli di pericolo concreto, si reggono su una presunzione di pericolosità della condotta che integra gli estremi della fattispecie di pericolo astratto. Per questa tipologia di reati si è, infatti, ritenuto che la contestazione riguardasse violazioni formali del precetto penale, nel senso che non si potesse dare luogo ad una graduazione dell’offensività. Più in particolare, la configurazione di una fattispecie di pericolo astratto, o presunto, si riduceva, quanto al profilo dell’offensività del fatto, ad un aut-aut: se c’è reato, c’è offesa, che è di per sé non misurabile; se non c’è reato, non c’è offesa ed il fatto è atipico. Tuttavia, la sentenza in commento si allinea alla consolidata giurisprudenza che rifiuta la categoria dei reati c.d. formali, e sancisce che l’art. 131bis possa applicarsi anche ai reati di pericolo astratto, posto che anche per questi è possibile un giudizio di tenue offensività del fatto pericoloso da operarsi utilizzando i requisiti di cui all’art. 133 co. 1. In relazione a tali reati, inoltre, la valutazione dell’offesa del bene giuridico tutelato (in tal caso, l’integrità fisica e la vita dei lavoratori) va retrocessa al momento della condotta, con un giudizio prognostico ex ante, conformemente alla loro natura di reati di pericolo.
  3. L’art. 131bis impone, inoltre, che il fatto tenuemente offensivo non sia espressivo di una abitualità a delinquere del reo. L’abitualità a delinquere è considerata autonomamente dall’art. 131bis co. 3. Tra i requisiti ivi considerati rileva, nella pronuncia segnalata, quello che fa riferimento alla commissione di reati della stessa indole, i quali possono anche essere di offesa particolarmente tenue, se valutati singolarmente. In questa ipotesi, il legislatore compie un giudizio normativo di unificazione dei molteplici reati funzionale alla disapplicazione della causa di non punibilità di cui all’art. 131bis. Una tale unificazione non è riguardata, però, come sommatoria delle offese che i singoli fatti di reato arrecano ai beni giuridici, ma come indicativa di una proclività a delinquere che non merita di essere premiata attraverso la speciale impunità di cui all’art. 131bis. Segnatamente, dal momento che l’art. 131bis co. 3 fa riferimento, per quanto importa in questa sede, soltanto alla commissione di reati che siano della stessa indole, perché ad esempio tutti offensivi del medesimo bene giuridico o perché connotati da caratteristiche fondamentali comuni, non si può ritenere che questi molteplici reati ontologicamente identici o simili debbano essere posti in essere in tempi diversi. In altri termini, non si può limitare l’inciso “reati della stessa indole” di cui all’art. 131bis co. 3 ai soli casi di dichiarata recidiva specifica del reo. È certamente possibile che i molteplici reati della stessa indole ostativi al riconoscimento della causa di non punibilità per particolare tenuità dell’offesa siano sincronici.

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