Cass. civ., sez. III., 7 aprile 2022, n. 11320

1.      LA MASSIMA

Il contratto può produrre effetti diretti protettivi verso terzi solo nell’ipotesi della stipulazione tra la gestante ed il sanitario, in rapporto al nascituro ed al padre, formalmente estranei al rapporto contrattuale ma sostanzialmente interessati all’esatta esecuzione del contratto. Al di fuori di questo ambito applicativo, deve essere ribadito il principio di relatività degli effetti del contratto, con la conseguenza che il danno patito dai terzi a causa dell’inadempimento di una parte del contratto può essere risarcito secondo le regole della responsabilità extracontrattuale, e non già con le più favorevoli regole della responsabilità da inadempimento. Quest’ultima forma di responsabilità si regge sul carattere della relazionalità – e della relatività – del rapporto obbligatorio che, se è estensibile ai terzi protetti dal contratto stipulato dalla gestante con il medico, non si attaglia però ad altri terzi meramente prossimi ad una delle parti contrattuali; per questi ultimi, il contratto è res inter alios e, quindi, fatto giuridico che può essere fonte di danni da ristorare ex art. 2043 c.c.

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2.      RIFERIMENTI NORMATIVI

Art. 1218 c.c.

Art. 1172 c.c.

Art. 2043 c.c.

3.    SVILUPPO ARGOMENTATIVO DELLA DECISIONE

  1. Il contratto con effetti protettivi verso terzi è una categoria utilizzata dalla giurisprudenza italiana per estendere l’efficacia del contratto stipulato dalla gestante con il medico che la prende in cura al padre ed al nascituro, formalmente estranei alla stipulazione inter alios acta. Lo scopo è quello di applicare anche a questi ultimi soggetti le più favorevoli regole (quanto al riparto dell’onere della prova ed al termine di prescrizione) della responsabilità contrattuale, quando il sanitario cagioni loro un danno con il suo inadempimento contrattuale.  
  2. Invero, questa categoria è stata importata dall’ordinamento tedesco, segnatamente dalla giurisprudenza, la quale ne aveva fatto applicazione per applicare la disciplina della responsabilità contrattuale a quei danni che rischiavano di non essere risarciti sulla base del regime della responsabilità extracontrattuale. Bisogna, infatti, ricordare che il BGB tedesco, al § 843, enumera e tassativizza i beni la cui lesione giustifica la tutela risarcitoria in via aquiliana. Pertanto, a dispetto dell’atipicità della responsabilità extracontrattuale italiana di cui all’art. 2043 c.c., il sistema tedesco consente il risarcimento del danno secondo le regole aquiliane solo in caso di lesione di beni particolarmente importanti. Da qui, dunque, la necessità di rinvenire un regime di protezione anche per quei danni non ristorabili a mente del § 843 del BGB. La giurisprudenza tedesca conia pertanto la categoria del contratto con effetti protettivi verso terzi. Precisamente, un contratto stipulato inter alios, integrato dalla clausola generale di buona fede contrattuale, si compone di ulteriori obbligazioni accessorie di protezione che si rivolgono non soltanto alle parti contrattuali, ma anche a quei terzi qualificati che si trovano in una relazione di prossimità con le parti medesime (Schutzplfichten e Nebenspflichten). Questi ultimi, proprio in virtù del citato rapporto di prossimità, si trovano maggiormente esposti al rischio che l’inadempimento di una delle parti contrattuali rechi loro un danno. Emblematicamente, la prima applicazione giurisprudenziale tedesca del contratto con effetti protettivi verso terzi ha riguardato la morte di una domestica causata dall’esplosione di una caldaia che un professionista si era obbligato ex contractu ad installare a beneficio del proprietario di casa.
  3. Nondimeno, la giurisprudenza italiana, pur recependo la figura del contratto con effetti protettivi verso terzi, non ha inteso estenderla oltre la peculiare ipotesi del contratto stipulato tra la gestante ed il medico anche a protezione degli interessi del padre e del nascituro. È appena il caso di notare che, dal punto di vista sistematico, il tema involge la tenuta del principio di relatività degli effetti del contratto, espresso dall’art. 1372 c.c., e dei limiti di operatività della buona fede ex art. 1375 c.c. ad operare quale fonte di integrazione del regolamento contrattuale. Il contratto con diretti effetti protettivi verso terzi è, infatti, una ipotesi eccezionale, se riletta nel segno dell’art. 1372 c.c. Né, d’altra parte, se ne può ammettere una generale applicabilità attraverso la diversa figura del contratto a favore di terzo. Infatti, nel contratto a favore di terzo, il terzo è destinatario della prestazione contrattuale, in virtù della deviazione degli effetti del contratto stipulato tra stipulante e promittente; al contrario, nel contratto con effetti protettivi verso terzi, il terzo beneficia soltanto di un dovere di protezione, discendente dalla buona fede integrativa, della parte contrattuale che è tenuta ad adempiere la propria prestazione solamente a vantaggio della controparte.

Queste ragioni potrebbero, già da sole, essere sufficienti per comprendere il rifiuto della giurisprudenza italiana di estendere il contratto con effetti protettivi verso terzi al di fuori del campo del contratto tra gestante e medico. Tuttavia, conviene riportare anche gli ulteriori argomenti che militano a favore dell’applicazione di questa figura esclusivamente al contratto tra gestante e medico. In primo luogo, la giurisprudenza di legittimità evidenzia che l’interesse di cui sono portatori il padre ed il nascituro, rispetto al contratto stipulato dalla gestante, è identico all’interesse di quest’ultima. Negli altri casi in cui si è proposto di applicare la figura del contratto con effetti protettivi, invece, l’interesse del terzo estraneo al contratto diverge da quello dedotto nel rapporto contrattuale: si pensi al caso del danno da perdita del rapporto parentale in caso di morte del lavoratore per inadempimento dell’obbligo del datore di lavoro di approntare adeguati sistemi di protezione della sua incolumità sul luogo di lavoro. In secondo luogo, nell’ipotesi appena richiamata ed in altre di analogo tenore, non si giustifica una estensione delle regole di responsabilità di cui all’art. 1218 c.c., posto che la responsabilità contrattuale ha natura relazionale e, dunque, un’efficacia soggettiva protettiva del contratto potrebbe ammettersi solo nei casi in cui il terzo sia portatore di interessi dedotti o strettamente connessi al programma negoziale. Da ultimo, il codice civile codifica forme di responsabilità aquiliana che, in tesi, sarebbero prospettabili come confacenti alla figura del contratto con effetti protettivi verso terzi, a dimostrazione che quando il contratto è mera occasione di danno per i terzi, esso rileva soltanto come fatto giuridico: è il caso dell’art. 2087 c.c., sui si è pronunciata Cass. n. 2/2020.

4. Tuttavia, la pronuncia in commento, pur ribadendo l’orientamento ostile ad una estensione della figura del contratto con effetti protettivi verso terzi, risulta innovativa in quanto aggiunge ulteriori argomenti a sostegno di questo indirizzo esegetico.

Viene fatto osservare che la relazionalità della responsabilità di cui all’art. 1218 c.c. si relazione e si conforma alla relazionalità del rapporto obbligatorio, ossia al carattere relativo dei diritti di credito. Infatti, sia la posizione di credito che quella di debito, reciprocamente interrelate, sono strumentali al soddisfacimento dell’interesse del creditore. Più precisamente, esse danno luogo ad un rapporto giuridico, cioè ad una relazione intersoggettiva dinamica, che deve fisiologicamente finalizzarsi con l’adempimento che appaga l’interesse del creditore (è appena il caso di osservare che questa impostazione dinamica del rapporto giuridico non si attagli ai diritti assoluti, basati sul carattere della immediatezza). Ne consegue che tutti gli elementi del rapporto obbligatorio sono protesi al soddisfacimento dell’interesse del creditore e si connotano per la loro relatività; ciò vale, pertanto, anche per gli elementi oggettivi dell’interesse e della prestazione. Si vuole intendere che la prestazione deve corrispondere all’esclusivo e specifico interesse del creditore e che l’interesse che rileva è quello precipuo del creditore; i terzi, dunque, non entrano in alcuna misura nel rapporto obbligatorio ed il loro interesse non influenza la sua conformazione.

Invero, la natura relativa dell’obbligazione deve mantenersi ferma anche a fronte della considerazione dell’integrazione della prestazione secondo criteri legali, segnatamente attraverso la clausola generale di buona fede. In primo luogo, perché l’integrazione legale del contratto deve essere pur sempre rispettosa dell’interesse del creditore dedotto nel regolamento contrattuale, il quale interesse è una componente della più complessa causa concreta del contratto. In secondo luogo, perché anche le integrazioni manipolative del contratto dovute alla buona fede, funzionali all’interesse del creditore, non possono indurre, sul piano oggettivo, alla costituzione di doveri di comportamento in capo al debitore che non corrispondano ad un criterio di normalità e che siano rivolti ad appagare anche interessi del creditore diversi da quello dedotto in contratto (il debitore si è obbligato con il contratto ad eseguire una specifica prestazione, verso uno specifico creditore, a premio di uno specifico interesse di quest’ultimo: il contratto non può trasformarsi in un mezzo con cui si impone al debitore, a prescindere dalla sua volontà, di proteggere anche interessi diversi). Sul piano soggettivo, ed a maggior ragione, il debitore non può essere obbligato, secondo buona fede, a proteggere interessi di soggetti addirittura estranei al rapporto obbligatorio ed al contratto da cui tale rapporto ha scaturigine. Ciò vale anche se i terzi siano legati da un rapporto di parentela o di coniugio con il creditore che è parte contrattuale: pertanto, per la giurisprudenza italiana, a differenza di quella tedesca, non rileva la relazione di prossimità, quanto la coincidenza tra l’interesse del creditore e l’interesse di cui è portatore il terzo protetto dal contratto. Tuttavia, questa coincidenza si verifica solo nel caso dei rapporti contrattuale che afferiscono a prestazioni inerenti alla procreazione. Diversamente, i terzi danneggiati possono ottenere il risarcimento del danno avvalendosi del regime della responsabilità aquiliana.

SENTENZE SEGNALATE

Cass. pen, sez. IV, 7 aprile 2022, n. 13218

Sulla responsabilità degli enti ai sensi dell’art. 5 del D. Lgs. n. 231/2001. In particolare, la S.C. si sofferma sul significato da attribuire al criterio soggettivo di imputazione di questa responsabilità del reato compiuto nell’ “interesse dell’ente”.

Cass. pen., sez. V, 7 aprile 2022, n. 13446 (cfr. altresì la n. 13447)

Sul rapporto tra il bene da sequestrare ai fini della confisca diretta ed il reato dal quale è derivato il profitto. la S.C. ribadisce, agli effetti del sequestro preventivo finalizzato alla confisca di cui all’art. 322ter c.p., costituisce profitto del reato anche il bene immobile acquistato con il denaro di provenienza delittuosa, purché l’impiego del denaro sia causalmente collegabile al reato e sia soggettivamente attribuibile all’autore del reato medesimo, ed a prescindere che il rapporto di scambio sia il primo o vi siano stati, all’inverso, molteplici reimpieghi della somma di denaro.

C.d.S., sez. IV, 6 aprile 2022, n. 2545

Sulla teoria dell’atto chiaro, enunciata dalla CGUE 6 ottobre 2021 per individuare un limite all’obbligo di rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia da parte del giudice di ultima istanza ex art. 267 TFUE, e sulla (in)compatibilità di questa teoria con l’ordinamento italiano, il quale esponendo il giudice a responsabilità in caso di errore valutativo, obbliga quest’ultimo a rinviare alla CGUE in via precauzionale, così allungando i tempi processuali.

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