Cass. civ. 13 aprile 2022, n. 12060

LA MASSIMA

La liquidazione del danno morale, quale sofferenza interiore patita dalla vittima dell’illecito, deve effettuarsi con riferimento al momento dell’evento dannoso ed alle caratteristiche dello stesso, mentre non incidono su di essa fatti ed avvenimenti successivi, quali la morte del soggetto leso.

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NORMATIVA DI RIFERIMENTO

Art. 2059 c.c.

SVILUPPO ARGOMENTATIVO DELLA DECISIONE

1) Il danno morale soggettivo è quella species di danno non patrimoniale che fa riferimento alla sofferenza interiore, anche non transeunte, suscitata dal fatto illecito del danneggiante. Non si dubita più dell’autonomia del danno morale rispetto al danno biologico, colto quest’ultimo sia nella sua staticità, come danno all’integrità psicofisica, sia nella sua dinamicità, quale stravolgimento della vita di relazione. Infatti, il danno morale attiene all’integrità morale del danneggiato, la quale può essere intaccata a prescindere da riverberi di tipo biologico sull’individuo. Naturalmente, la sofferenza interiore postula la permanenza in vita del danneggiato, in virtù del fatto che mors omnia solvet. Quest’ultimo aspetto, deducibile anche dalla sentenza in commento non deve indurre fraintendimenti. La morte sopravvenuta non incide sulla liquidazione del danno, nel senso che l’evento morte impedisce di tenere in conto le sofferenze che il danneggiato avrebbe patito in caso di sopravvivenza e che la morte è, a tutto concedere, una liberazione da sofferenze pregresse. Ciò non toglie che queste sofferenze pregresse costituiscano una posta attiva del patrimonio del danneggiato defunto, destinata iure hereditatis agli eredi, a condizione che il danneggiato abbia vissuto, prima di morire, una fase di lucida agonia.

2) Le fonti normative da cui è ritraibile una autonoma considerazione dell’integrità morale dei singoli sono molteplici: emerge l’art. 2 Cost., che consacra il principio di rilievo costituzionale dell’homo dignus, in uno con l’art. 1 della Carta di Nizza. Questa osservazione è di qualche rilievo sia per enfatizzare l’autonomia del danno morale, sia per legittimarne la risarcibilità nel prisma dell’art. 2059 c.c. riletto in chiave costituzionalmente orientata.

3) La dimostrata autonomia del danno morale non conduce necessariamente a non ancorarne la liquidazione a parametri di tipo biologico, quando al danno morale si accompagni anche un danno biologico. In tal caso, è logico presumere che a fronte di un maggior danno biologico inferto al danneggiato corrisponda una sua più intensa sofferenza interiore. Nemmeno in questa ipotesi, tuttavia, il danno morale va confuso con il danno dinamico relazionale. Questo accertamento del danno morale su base presuntiva è del resto accolto dalle tabelle milanesi.

4) Anche al danno morale si applicano i principi generali che governano la tutela risarcitoria: a) il momento rilevante per la determinazione del danno morale è quello del fatto illecito; a1) nella determinazione di questo termine è fondamentale tenere conto della natura istantanea o permanente o reiterata del fatto illecito; b) anche un fatto illecito istantaneo può produrre effetti più o meno permanenti e tali ultimi effetti devono essere risarciti; b1) la sofferenza morale deve essere modulata sulla base di tali eventuali effetti permanenti, con la conseguenza che il riferimento all’intensità della sofferenza non attiene a quanto la sofferenza duri, ma a quanto essa rappresenti un fardello per il danneggiato, essendo ammissibile un mutamento di intensità nel corso del tempo; c) non incidono sulla liquidazione del danno morale quei fatti successivi al fatto illecito; tra questi fatti ha particolare rilievo la morte, la quale, come osservato, non deve essere riguardato come l’apice della sofferenza, ma come la sua cessazione.

SENTENZE SEGNALATE

Corte Cost., 11 aprile 2022, n. 91

Sull’ammissibilità del subappalto per lavori pubblici affidati nel settore dei beni culturali.

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