Cass. civ. 13 aprile 2022, n. 12060

LA MASSIMA

La liquidazione del danno morale, quale sofferenza interiore patita dalla vittima dell’illecito, deve effettuarsi con riferimento al momento dell’evento dannoso ed alle caratteristiche dello stesso, mentre non incidono su di essa fatti ed avvenimenti successivi, quali la morte del soggetto leso.

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NORMATIVA DI RIFERIMENTO

Art. 2059 c.c.

SVILUPPO ARGOMENTATIVO DELLA DECISIONE

1) Il danno morale soggettivo è quella species di danno non patrimoniale che fa riferimento alla sofferenza interiore, anche non transeunte, suscitata dal fatto illecito del danneggiante. Non si dubita più dell’autonomia del danno morale rispetto al danno biologico, colto quest’ultimo sia nella sua staticità, come danno all’integrità psicofisica, sia nella sua dinamicità, quale stravolgimento della vita di relazione. Infatti, il danno morale attiene all’integrità morale del danneggiato, la quale può essere intaccata a prescindere da riverberi di tipo biologico sull’individuo. Naturalmente, la sofferenza interiore postula la permanenza in vita del danneggiato, in virtù del fatto che mors omnia solvet. Quest’ultimo aspetto, deducibile anche dalla sentenza in commento non deve indurre fraintendimenti. La morte sopravvenuta non incide sulla liquidazione del danno, nel senso che l’evento morte impedisce di tenere in conto le sofferenze che il danneggiato avrebbe patito in caso di sopravvivenza e che la morte è, a tutto concedere, una liberazione da sofferenze pregresse. Ciò non toglie che queste sofferenze pregresse costituiscano una posta attiva del patrimonio del danneggiato defunto, destinata iure hereditatis agli eredi, a condizione che il danneggiato abbia vissuto, prima di morire, una fase di lucida agonia.

2) Le fonti normative da cui è ritraibile una autonoma considerazione dell’integrità morale dei singoli sono molteplici: emerge l’art. 2 Cost., che consacra il principio di rilievo costituzionale dell’homo dignus, in uno con l’art. 1 della Carta di Nizza. Questa osservazione è di qualche rilievo sia per enfatizzare l’autonomia del danno morale, sia per legittimarne la risarcibilità nel prisma dell’art. 2059 c.c. riletto in chiave costituzionalmente orientata.

3) La dimostrata autonomia del danno morale non conduce necessariamente a non ancorarne la liquidazione a parametri di tipo biologico, quando al danno morale si accompagni anche un danno biologico. In tal caso, è logico presumere che a fronte di un maggior danno biologico inferto al danneggiato corrisponda una sua più intensa sofferenza interiore. Nemmeno in questa ipotesi, tuttavia, il danno morale va confuso con il danno dinamico relazionale. Questo accertamento del danno morale su base presuntiva è del resto accolto dalle tabelle milanesi.

4) Anche al danno morale si applicano i principi generali che governano la tutela risarcitoria: a) il momento rilevante per la determinazione del danno morale è quello del fatto illecito; a1) nella determinazione di questo termine è fondamentale tenere conto della natura istantanea o permanente o reiterata del fatto illecito; b) anche un fatto illecito istantaneo può produrre effetti più o meno permanenti e tali ultimi effetti devono essere risarciti; b1) la sofferenza morale deve essere modulata sulla base di tali eventuali effetti permanenti, con la conseguenza che il riferimento all’intensità della sofferenza non attiene a quanto la sofferenza duri, ma a quanto essa rappresenti un fardello per il danneggiato, essendo ammissibile un mutamento di intensità nel corso del tempo; c) non incidono sulla liquidazione del danno morale quei fatti successivi al fatto illecito; tra questi fatti ha particolare rilievo la morte, la quale, come osservato, non deve essere riguardato come l’apice della sofferenza, ma come la sua cessazione.

SENTENZE SEGNALATE

Corte Cost., 11 aprile 2022, n. 91

Sull’ammissibilità del subappalto per lavori pubblici affidati nel settore dei beni culturali.

Il principio di non refoulement nell’ordinamento internazionale

Articolo in collaborazione con la Dott.ssa Nanda Dell’Acqua

L’art. 33 c.1 della Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati del 1951, sancisce il divieto d’espulsione e di rinvio al confine, dichiarando:

“Nessuno Stato Contraente espellerà o respingerà, in qualsiasi modo, un rifugiato verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a motivo della sua razza, della sua religione, della sua cittadinanza, della sua appartenenza a un gruppo sociale o delle sue opinioni politiche.”

Chi è il rifugiato?

La definizione ci viene fornita sempre dalla summenzionata Convenzione all’art. 1, indicando il rifugiato come colui che “nel giustificato timore di essere perseguitato per la sua razza, religione, cittadinanza, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche, si trova fuori dallo stato di cui possiede la cittadinanza e non può o per tale timore non vuole domandare la protezione di detto stato […]”. 

Chi non ha diritto, invece, allo status di rifugiato e di conseguenza alla protezione aggiuntiva che deriva da tale status, viene indicato nell’art.1 lett. F) nel quale si dice che: “le disposizioni della presente Convezione non sono applicabili alle persone che hanno commesso un crimine contro la pace, un crimine di guerra, o un crimine contro l’umanità […], a chi ha commesso un crimine grave di diritto comune fuori dai paesi ospitanti prima di essere ammesso come rifugiato […], a coloro che si sono resi colpevoli di atti contrari agli scopi e ai principi delle Nazioni Unite”.

La definizione di rifugiato della Convenzione di Ginevra introduce un importante limite alla discrezionalità dello Stato, in quanto l’attribuzione della protezione allo straniero non è più una facoltà dello stato ma, è condizionata ai principi di diritto internazionale sui rifugiati.

Il divieto di respingimento

Il divieto di refoulement (o respingimento) si applica in protezione del rifugiato ed impedisce ogni forma di trasferimento forzato (tra cui deportazione, espulsione, estradizione, non ammissione alla frontiera) a suo carico, dal momento che il suo ritorno nel paese di origine comporterebbe una violazione dei suoi diritti fondamentali, tra cui diritto alla vita, divieto di trattamenti inumani o degradanti, diritto alla vita privata e familiare e così via.

Lo Stato ha quindi l’obbligo di accertare le caratteristiche soggettive dell’individuo al fine di evitare che una sua espulsione possa esporre quest’ultimo a violazioni dei diritti fondamentali tutelati delle Convenzioni Internazionali sui diritti umani. Si esclude il timore di un eventuale pericolo dal principio di refoulement per la categoria dei cosiddetti “rifugiati economici”, i quali lasciano il paese di origine per migliorare le loro condizioni di vita e, quindi, non hanno i requisiti sufficienti per poter ammettere effettivamente che vi sia un reale bisogno di protezione speciale.

Da chi deve essere adottato il principio di non respingimento?

Possiamo quindi affermare che il principio che sancisce l’obbligo di non-refoulement sia diventato oggi un principio di diritto internazionale consuetudinario e, di conseguenza, esso non è vincolante solo per coloro che hanno ratificato la Convenzione, ma anche per gli stati terzi proprio perché si tratta di un principio che pone obblighi erga omnes.Dunque, in generale, per tutti gli Stati vige il rispetto sia di obblighi negativi (non facere) e di obblighi positivi (facere).

Un’eccezione all’obbligo di nonrefoulment

Tuttavia, sussiste un’eccezione all’obbligo di non refoulement, sancito dall’art. 33 co. 2 della Convenzione, ovvero: “La presente disposizione non può tuttavia essere fatta valere da un rifugiato se per motivi seri egli debba essere considerato un pericolo per la sicurezza del paese in cui risiede oppure costituisca, a causa di una condanna definitiva per un crimine o un delitto particolarmente grave, una minaccia per la collettività di detto paese”. 

Questa significativa eccezione fa riferimento al fatto che la protezione non viene concessa all’individuo autore di crimini all’art.1 lett. F), già citato, o che potrebbe rappresentare un pericolo per la sicurezza dello stato a cui chiede protezione. 

Il senso delle clausole di esclusione serve ad impedire che la protezione internazionale del rifugiato sia posta a vantaggio di coloro che sono responsabili di crimini odiosi e, quindi, cerca di evitare che questi ultimi usino lo status di rifugiato come scudo dietro il quale nascondersi.

La ratio dell’art. 33 della Convezione del 1951 pone le basi sul bilanciamento di interessi cioè: la sicurezza dello Stato e la protezione della vita e delle libertà dell’individuo che molto spesso, purtroppo, sono rimessi alla discrezionalità di quest’ultimo comportando a volte una valutazione sbagliata e una conseguente disapplicazione delle norme di protezione dei diritti umani.

Il Protocollo Addizionale n. 4 della CEDU 

A livello regionale il principio di non respingimento è contemplato dal Protocollo Addizionale n. 4 all’art. 4 della CEDU (Convenzione Europea dei Diritti Umani). Esso vieta l’espulsione collettiva degli stranieri. Per «espulsione collettiva» si deve intendere «qualsiasi misura dell’autorità competente che costringa degli stranieri, in quanto gruppo, a lasciare un Paese, salvi i casi in cui una tale misura venga adottata all’esito e sulla base di un esame ragionevole e oggettivo della situazione particolare di ciascuno degli stranieri che compongono il gruppo». 

Gli stati contraenti, pertanto, devono necessariamente procedere ad un esame individuale caso per caso alla base di qualsiasi provvedimento di espulsione. La ratio dell’articolo è quella di evitare misure superficiali che non tengono in considerazione le vicende personali del singolo individuo e dei suoi diritti e necessità fondamentali. Alla luce di ciò, è importante evidenziare che, la semplice messa in atto di una procedura di identificazione non è sufficiente per escludere l’esistenza di un’espulsione collettiva. 

L’articolo in questione non dà diritto ad un colloquio individuale ma solo alla possibilità di esprimere le ragioni a suo favore che si oppongono alla sua espulsione. Ciò significa che il divieto di espulsioni collettive risulta essere in termini assoluti e cerca di eliminare l’arbitrarietà e le discriminazioni su cui a volte, purtroppo, si basano le pratiche di respingimento.

L’art. 4 così interpretato sancisce una garanzia procedurale della dignità umana, principio cardine della CEDU.

Cass. civ., sez. III, 11 aprile 2022, n. 11689.

1.      LA MASSIMA

Il danno non patrimoniale da perdita del rapporto parentale deve essere risarcito sulla base di un sistema tabellare, come quello romano, basato sul sistema a punti che preveda, oltre all’adozione del criterio a punti, l’estrazione del valore medio del punto dai precedenti e la modularità nonché l’elencazione delle circostanze di fatto rilevanti. In questa species di danno non patrimoniale, è necessario che il giudice tenga in considerazione l’età della vittima e quella del superstite, il grado di parentela e l’eventuale convivenza, indicando i relativi punteggi, nell’attribuzione dei quali è imprescindibile aver riguarda alle peculiarità ed all’eventuale eccezionalità del caso concreto. In ogni caso, al giudice è imposta una motivazione analitica, onde rifuggire dal rischio di un inammissibile danno in re ipsa.

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2.      RIFERIMENTI NORMATIVI

Art. 2059 c.c.

3.    SVILUPPO ARGOMENTATIVO DELLA DECISIONE

  1. Prosegue l’actio finium regundorum della S.C. in materia di danno non patrimoniale da perdita del rapporto parentale. Il parente danneggiato, che si duole dei danni psico-fisici, oltre che di quelli dinamico-relazionali, per la perdita della propria relazione affettiva costringe il giudice a confrontarsi con la difficoltà della monetarizzazione dei sentimenti e, quindi, a stabilire in via equitativa la c.d. pecunia doloris.
  2. Come chiarito di recente dalla S.C., ove non venga dedotto e provato altro tipo di danno non patrimoniale e l’attore si limiti a prospettare un danno da perdita del rapporto parentale, si deve intendere ch’egli faccia riferimento alla componente principale di questo danno che è quella della sofferenza interiore (c.d. danno morale). A dispetto di quanto accade per il danno da lesioni permanenti ma non mortali subite dal proprio parente, in cui predomina lo stravolgimento delle abitudini di vita del danneggiato, nel danno da perdita del rapporto parentale si deve quantificare la sofferenza del danneggiato costretto a vivere una vita monca del proprio rapporto affettivo, che è stato reciso dal fatto illecito del danneggiante. Beninteso, ciò non esclude che il danno da perdita del rapporto parentale possa articolarsi anche su uno stravolgimento delle abitudini di vita.
  3. Sennonchè, la determinazione della pecunia doloris non può fondarsi su astratte generalizzazioni, al fine di evitare il ristoro di un danno in re ipsa, cioè di ristorare un danno in realtà non esistente, fondato sul formale rapporto parentale tra vittima e superstite. Proprio questa necessità di personalizzazione del danno e di valorizzazione delle circostanze di fatto del caso concreto hanno spinto la S.C. a bocciare le tabelle milanesi, fondate sul sistema a punto variabile, cioè sulla previsione di un tetto minimo e di un tetto massimo entro cui il giudice può discrezionalmente muoversi, senza che vengano indicati i parametri per esercitare una simile discrezionalità. Al contrario, le uniche tabelle vigenti che, allo stato, soddisfano i criteri enunciati dal giudice di legittimità sono quelle romane. Il danno non patrimoniale da perdita del rapporto parentale deve essere risarcito sulla base di un sistema tabellare, come quello romano appunto, basato sul sistema a punti che preveda, oltre all’adozione del criterio a punti, l’estrazione del valore medio del punto dai precedenti e la modularità nonché l’elencazione delle circostanze di fatto rilevanti. In questa species di danno non patrimoniale, è necessario che il giudice tenga in considerazione l’età della vittima e quella del superstite, il grado di parentela e l’eventuale convivenza, indicando i relativi punteggi, nell’attribuzione dei quali è imprescindibile aver riguarda alle peculiarità ed all’eventuale eccezionalità del caso concreto. Inoltre, il giudicante è tenuto ad una motivazione analitica, e non già apodittica, che sia logicamente congrua al caso concreto.
  4. È di interesse rilevare che, dopo la riunione dell’Osservatorio sulla giustizia civile del 5 aprile scorso, è in corso il varo di una nuova tabella milanese per il risarcimento del danno non patrimoniale da perdita del rapporto parentale. Questa tabella, della quale si auspica l’approvazione entro maggio, dovrebbe reggersi su cinque criteri, in parte fissi ed in parte modulabili, che ricalcano in buona sostanza quelli enunciati dalla S.C. in questa sentenza. Invero, quello che rappresenta una reale novità, neppure contemplato dalla tabella romana, è il criterio della qualità e della consistenza della relazione affettiva. Il nuovo sistema tabellare meneghino dovrebbe essere imperniato sulla sommatoria dei punti fissi determinati dal giudice per ogni criterio, la quale andrebbe infine moltiplicata per un coefficiente di valore punto. Ad una prima analisi del progetto tabellare meneghino sono stati evidenziati due profili critici: a) la tabella contempla distintamente il danno dinamico-relazione da quello morale soggettivo. Se da un lato ciò è conforme agli orientamenti della S.C., dall’altro rischia di favorire duplicazioni risarcitorie; b) a differenza della tabella romana, che per la definizione di convivenza rinvia alla legge Cirinnà, la tabella di Milano non ha per ora meglio precisato quale significato debba attribuirsi alla “convivenza” tra vittima e superstite.

SENTENZE SEGNALATE

Cass. civ., sez. II, 11 aprile 2022, n. 11600

Si rimette alla CGUE la seguente questione: “se gli artt. 49 e 54 del TFUE ostino a che uno Stato membro, in cui è stata originariamente costituita una società (s.r.l.), applichi alla stessa le disposizioni di diritto nazionale relative al funzionamento ed alla gestione della società qualora la società, trasferita la sua sede e ricostruitasi secondo il diritto dello Stato membro di destinazione, mantenga il centro della sua attività nello Stato membro di partenza e l’atto di gestione in questione incida in modo determinante sull’attività della società”.

C.d.S., sez. VI, 11 aprile 2022, n. 2655

Sull’accesso difensivo ad atti propedeutici ad un servizio giornalistico per asserita lesione dell’onore dell’istante, in virtù della falsità delle informazioni contenute nei documenti. In particolare, la pronuncia fa applicazione dei principi dell’Adunanza Plenaria n. 4 del 2021, la quale ha sancito che i presupposti legittimanti un accesso difensivo sono: 1) la sussistenza di un nesso di strumentalità necessaria tra l’accesso e la cura o difesa dell’interesse dell’istante; 2) la sussistenza di un interesse legittimante in capo all’istante, dotato dei caratteri dell’attualità, dell’immediatezza e della concretezza.

Cass. pen., sez. I, 8 aprile 2022, n. 13643.

1.      LA MASSIMA

Il militare che, venendo meno al suo obbligo legale di preventiva comunicazione all’amministrazione di appartenenza della sua diversa attività lavorativa – rispetto alla quale deve essere autorizzato-, tragga in inganno l’amministrazione e la danneggia con proprio correlativo ingiusto vantaggio risponde del reato di truffa militare di cui all’art. 234 co. 1 e co. 2 n. 1 del cod. pen. milit. pace. Se il militare riveste un certo grado ovvero occupa un comando, si applica l’aggravante di cui all’art. 47 n. 2. Tuttavia, il danno subito dall’amministrazione deve essere diretto ed effettivo e non può consistere nel mero impedimento dell’azione recuperatoria, di cui all’art. 53 co. 7 D. Lgs. 165/2001, delle retribuzioni incamerata dal militare per il servizio extraprofessionale.

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2.      RIFERIMENTI NORMATIVI

Art. 234 co. 1; art. 234 co. 2 n. 1 cod. pen. mil. pac.

Art. 47 n. 2 cod. pen. mil. pac

3.      SVILUPPPO ARGOMENTATIVO DELLA DECISIONE

La pronuncia in commento desta interesse per il fatto che la truffa militare, pur contenuta nella legislazione speciale, presenta taluni elementi di identità o contiguità con la fattispecie della truffa prevista dal codice penale.

1) La fattispecie della truffa militare di cui all’art. 234 co. 2 n. 1 cod. pen. mil. si regge, anzitutto, su una condotta decettiva del militare, consistente in artifizi o raggiri, a danno dell’amministrazione di appartenenza. Trattasi, quindi, di un reato soggettivamente qualificato dal lato attivo (c.d. reato proprio) e dal lato passivo. In ciò diverge dalla truffa ex art. 640 c.p., che è invece un reato comune.

2) Quanto alla conformazione della condotta truffaldina, v’è all’opposto una piena identità tra gli orientamenti sviluppatisi intorno all’art. 640 c.p. e quelli che concernono il reato di truffa militare, segnatamente con riguardo alla rilevanza del silenzio. È noto che il silenzio, in virtù della sua neutralità, non integra un artifizio o un raggiro, salvo che esso non si accompagni da circostanze ulteriori che denotino il comportamento del soggetto attivo come decettivo; allo stesso modo, la mera reticenza può costituire un raggiro quando l’omissione informativa contravvenga ad un obbligo di clare loqui e sia volontariamente rivolta a trarre in inganno il soggetto passivo. Nel caso specifico, il militare è gravato dall’obbligo legale di comunicare preventivamente all’amministrazione di appartenenza l’intrapresa di attività lavorative extraprofessionale, al fine di ottenere un’autorizzazione. Ciò, infatti, si riannoda all’obbligo costituzionale di fedeltà di cui all’art. 54 Cost. del dipendente pubblico.

3) Tuttavia, ciò che induce la S.C. a riformare la condanna del militare prevenuto attiene all’accertamento del danno subito dall’amministrazione in correlazione con l’ingiusto profitto ritratto dal militare. Il danno, infatti, pur potendo consistere anche in omissioni acquisitive dell’amministrazione, deve essere diretto ed effettivo, nonché condurre ad una definitiva perdita del bene. Pertanto, tale danno non può consistere nella vulnerazione del rapporto di fiducia tra la P.A. ed il militare suo dipendente, né nella sola omissione, imputabile all’amministrazione, del recupero delle somme elargite al militare a causa dell’attività extraprofessionale illegittimamente svolta. A mente dell’art. 53 co. 7 D.Lgs. 165/2001 le retribuzioni indebite percepite dal dipendente pubblico non autorizzato devono essere versate, a cura del datore di lavoro del servizio extraprofessionale, nelle casse dell’ente pubblico, ad incremento del fondo di produttività o di fondi equivalenti. Nondimeno, il termine quinquennale di prescrizione di quest’azione recuperatoria decorre dal giorno in è cessato l’occultamento doloso dell’esistenza dei suoi presupposti, nel novero del quale rientra anche la reticenza dolosa del pubblico dipendente gravato da un obbligo di comunicazione. Dunque, il danno dell’amministrazione è, in tal caso, meramente indiretto ed eventuale e viene a dipendere, in definitiva, esclusivamente da un’omessa attivazione ascrivibile all’amministrazione.

SENTENZE SEGNALATE

Cass. pen., sez. I, 8 aprile 2022, n. 13668

Sull’incidenza del fattore tempo sul vincolo della continuazione.

Cass. pen., sez. I, 8 aprile 2022, n. 13674

Sull’applicabilità di altre misure alternative comuni alla detenzione in caso di fallimento dell’affidamento terapeutico contro la tossicodipendenza.

Sez. Un., Cass. civ., 8 aprile 2022, n. 11550

Sulla notifica degli atti amministrativi – nel caso specifico, verbale di accertamento di infrazione del codice della strada- a persona residente in altro Stato membro dell’UE.

Cass. civ., sez. III., 7 aprile 2022, n. 11320

1.      LA MASSIMA

Il contratto può produrre effetti diretti protettivi verso terzi solo nell’ipotesi della stipulazione tra la gestante ed il sanitario, in rapporto al nascituro ed al padre, formalmente estranei al rapporto contrattuale ma sostanzialmente interessati all’esatta esecuzione del contratto. Al di fuori di questo ambito applicativo, deve essere ribadito il principio di relatività degli effetti del contratto, con la conseguenza che il danno patito dai terzi a causa dell’inadempimento di una parte del contratto può essere risarcito secondo le regole della responsabilità extracontrattuale, e non già con le più favorevoli regole della responsabilità da inadempimento. Quest’ultima forma di responsabilità si regge sul carattere della relazionalità – e della relatività – del rapporto obbligatorio che, se è estensibile ai terzi protetti dal contratto stipulato dalla gestante con il medico, non si attaglia però ad altri terzi meramente prossimi ad una delle parti contrattuali; per questi ultimi, il contratto è res inter alios e, quindi, fatto giuridico che può essere fonte di danni da ristorare ex art. 2043 c.c.

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2.      RIFERIMENTI NORMATIVI

Art. 1218 c.c.

Art. 1172 c.c.

Art. 2043 c.c.

3.    SVILUPPO ARGOMENTATIVO DELLA DECISIONE

  1. Il contratto con effetti protettivi verso terzi è una categoria utilizzata dalla giurisprudenza italiana per estendere l’efficacia del contratto stipulato dalla gestante con il medico che la prende in cura al padre ed al nascituro, formalmente estranei alla stipulazione inter alios acta. Lo scopo è quello di applicare anche a questi ultimi soggetti le più favorevoli regole (quanto al riparto dell’onere della prova ed al termine di prescrizione) della responsabilità contrattuale, quando il sanitario cagioni loro un danno con il suo inadempimento contrattuale.  
  2. Invero, questa categoria è stata importata dall’ordinamento tedesco, segnatamente dalla giurisprudenza, la quale ne aveva fatto applicazione per applicare la disciplina della responsabilità contrattuale a quei danni che rischiavano di non essere risarciti sulla base del regime della responsabilità extracontrattuale. Bisogna, infatti, ricordare che il BGB tedesco, al § 843, enumera e tassativizza i beni la cui lesione giustifica la tutela risarcitoria in via aquiliana. Pertanto, a dispetto dell’atipicità della responsabilità extracontrattuale italiana di cui all’art. 2043 c.c., il sistema tedesco consente il risarcimento del danno secondo le regole aquiliane solo in caso di lesione di beni particolarmente importanti. Da qui, dunque, la necessità di rinvenire un regime di protezione anche per quei danni non ristorabili a mente del § 843 del BGB. La giurisprudenza tedesca conia pertanto la categoria del contratto con effetti protettivi verso terzi. Precisamente, un contratto stipulato inter alios, integrato dalla clausola generale di buona fede contrattuale, si compone di ulteriori obbligazioni accessorie di protezione che si rivolgono non soltanto alle parti contrattuali, ma anche a quei terzi qualificati che si trovano in una relazione di prossimità con le parti medesime (Schutzplfichten e Nebenspflichten). Questi ultimi, proprio in virtù del citato rapporto di prossimità, si trovano maggiormente esposti al rischio che l’inadempimento di una delle parti contrattuali rechi loro un danno. Emblematicamente, la prima applicazione giurisprudenziale tedesca del contratto con effetti protettivi verso terzi ha riguardato la morte di una domestica causata dall’esplosione di una caldaia che un professionista si era obbligato ex contractu ad installare a beneficio del proprietario di casa.
  3. Nondimeno, la giurisprudenza italiana, pur recependo la figura del contratto con effetti protettivi verso terzi, non ha inteso estenderla oltre la peculiare ipotesi del contratto stipulato tra la gestante ed il medico anche a protezione degli interessi del padre e del nascituro. È appena il caso di notare che, dal punto di vista sistematico, il tema involge la tenuta del principio di relatività degli effetti del contratto, espresso dall’art. 1372 c.c., e dei limiti di operatività della buona fede ex art. 1375 c.c. ad operare quale fonte di integrazione del regolamento contrattuale. Il contratto con diretti effetti protettivi verso terzi è, infatti, una ipotesi eccezionale, se riletta nel segno dell’art. 1372 c.c. Né, d’altra parte, se ne può ammettere una generale applicabilità attraverso la diversa figura del contratto a favore di terzo. Infatti, nel contratto a favore di terzo, il terzo è destinatario della prestazione contrattuale, in virtù della deviazione degli effetti del contratto stipulato tra stipulante e promittente; al contrario, nel contratto con effetti protettivi verso terzi, il terzo beneficia soltanto di un dovere di protezione, discendente dalla buona fede integrativa, della parte contrattuale che è tenuta ad adempiere la propria prestazione solamente a vantaggio della controparte.

Queste ragioni potrebbero, già da sole, essere sufficienti per comprendere il rifiuto della giurisprudenza italiana di estendere il contratto con effetti protettivi verso terzi al di fuori del campo del contratto tra gestante e medico. Tuttavia, conviene riportare anche gli ulteriori argomenti che militano a favore dell’applicazione di questa figura esclusivamente al contratto tra gestante e medico. In primo luogo, la giurisprudenza di legittimità evidenzia che l’interesse di cui sono portatori il padre ed il nascituro, rispetto al contratto stipulato dalla gestante, è identico all’interesse di quest’ultima. Negli altri casi in cui si è proposto di applicare la figura del contratto con effetti protettivi, invece, l’interesse del terzo estraneo al contratto diverge da quello dedotto nel rapporto contrattuale: si pensi al caso del danno da perdita del rapporto parentale in caso di morte del lavoratore per inadempimento dell’obbligo del datore di lavoro di approntare adeguati sistemi di protezione della sua incolumità sul luogo di lavoro. In secondo luogo, nell’ipotesi appena richiamata ed in altre di analogo tenore, non si giustifica una estensione delle regole di responsabilità di cui all’art. 1218 c.c., posto che la responsabilità contrattuale ha natura relazionale e, dunque, un’efficacia soggettiva protettiva del contratto potrebbe ammettersi solo nei casi in cui il terzo sia portatore di interessi dedotti o strettamente connessi al programma negoziale. Da ultimo, il codice civile codifica forme di responsabilità aquiliana che, in tesi, sarebbero prospettabili come confacenti alla figura del contratto con effetti protettivi verso terzi, a dimostrazione che quando il contratto è mera occasione di danno per i terzi, esso rileva soltanto come fatto giuridico: è il caso dell’art. 2087 c.c., sui si è pronunciata Cass. n. 2/2020.

4. Tuttavia, la pronuncia in commento, pur ribadendo l’orientamento ostile ad una estensione della figura del contratto con effetti protettivi verso terzi, risulta innovativa in quanto aggiunge ulteriori argomenti a sostegno di questo indirizzo esegetico.

Viene fatto osservare che la relazionalità della responsabilità di cui all’art. 1218 c.c. si relazione e si conforma alla relazionalità del rapporto obbligatorio, ossia al carattere relativo dei diritti di credito. Infatti, sia la posizione di credito che quella di debito, reciprocamente interrelate, sono strumentali al soddisfacimento dell’interesse del creditore. Più precisamente, esse danno luogo ad un rapporto giuridico, cioè ad una relazione intersoggettiva dinamica, che deve fisiologicamente finalizzarsi con l’adempimento che appaga l’interesse del creditore (è appena il caso di osservare che questa impostazione dinamica del rapporto giuridico non si attagli ai diritti assoluti, basati sul carattere della immediatezza). Ne consegue che tutti gli elementi del rapporto obbligatorio sono protesi al soddisfacimento dell’interesse del creditore e si connotano per la loro relatività; ciò vale, pertanto, anche per gli elementi oggettivi dell’interesse e della prestazione. Si vuole intendere che la prestazione deve corrispondere all’esclusivo e specifico interesse del creditore e che l’interesse che rileva è quello precipuo del creditore; i terzi, dunque, non entrano in alcuna misura nel rapporto obbligatorio ed il loro interesse non influenza la sua conformazione.

Invero, la natura relativa dell’obbligazione deve mantenersi ferma anche a fronte della considerazione dell’integrazione della prestazione secondo criteri legali, segnatamente attraverso la clausola generale di buona fede. In primo luogo, perché l’integrazione legale del contratto deve essere pur sempre rispettosa dell’interesse del creditore dedotto nel regolamento contrattuale, il quale interesse è una componente della più complessa causa concreta del contratto. In secondo luogo, perché anche le integrazioni manipolative del contratto dovute alla buona fede, funzionali all’interesse del creditore, non possono indurre, sul piano oggettivo, alla costituzione di doveri di comportamento in capo al debitore che non corrispondano ad un criterio di normalità e che siano rivolti ad appagare anche interessi del creditore diversi da quello dedotto in contratto (il debitore si è obbligato con il contratto ad eseguire una specifica prestazione, verso uno specifico creditore, a premio di uno specifico interesse di quest’ultimo: il contratto non può trasformarsi in un mezzo con cui si impone al debitore, a prescindere dalla sua volontà, di proteggere anche interessi diversi). Sul piano soggettivo, ed a maggior ragione, il debitore non può essere obbligato, secondo buona fede, a proteggere interessi di soggetti addirittura estranei al rapporto obbligatorio ed al contratto da cui tale rapporto ha scaturigine. Ciò vale anche se i terzi siano legati da un rapporto di parentela o di coniugio con il creditore che è parte contrattuale: pertanto, per la giurisprudenza italiana, a differenza di quella tedesca, non rileva la relazione di prossimità, quanto la coincidenza tra l’interesse del creditore e l’interesse di cui è portatore il terzo protetto dal contratto. Tuttavia, questa coincidenza si verifica solo nel caso dei rapporti contrattuale che afferiscono a prestazioni inerenti alla procreazione. Diversamente, i terzi danneggiati possono ottenere il risarcimento del danno avvalendosi del regime della responsabilità aquiliana.

SENTENZE SEGNALATE

Cass. pen, sez. IV, 7 aprile 2022, n. 13218

Sulla responsabilità degli enti ai sensi dell’art. 5 del D. Lgs. n. 231/2001. In particolare, la S.C. si sofferma sul significato da attribuire al criterio soggettivo di imputazione di questa responsabilità del reato compiuto nell’ “interesse dell’ente”.

Cass. pen., sez. V, 7 aprile 2022, n. 13446 (cfr. altresì la n. 13447)

Sul rapporto tra il bene da sequestrare ai fini della confisca diretta ed il reato dal quale è derivato il profitto. la S.C. ribadisce, agli effetti del sequestro preventivo finalizzato alla confisca di cui all’art. 322ter c.p., costituisce profitto del reato anche il bene immobile acquistato con il denaro di provenienza delittuosa, purché l’impiego del denaro sia causalmente collegabile al reato e sia soggettivamente attribuibile all’autore del reato medesimo, ed a prescindere che il rapporto di scambio sia il primo o vi siano stati, all’inverso, molteplici reimpieghi della somma di denaro.

C.d.S., sez. IV, 6 aprile 2022, n. 2545

Sulla teoria dell’atto chiaro, enunciata dalla CGUE 6 ottobre 2021 per individuare un limite all’obbligo di rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia da parte del giudice di ultima istanza ex art. 267 TFUE, e sulla (in)compatibilità di questa teoria con l’ordinamento italiano, il quale esponendo il giudice a responsabilità in caso di errore valutativo, obbliga quest’ultimo a rinviare alla CGUE in via precauzionale, così allungando i tempi processuali.

Schemi parere 5.4.2022

DIRITTO CIVILE

In questa traccia non vi è un quesito espresso, tuttavia ciò che ci è richiesto di fare è una disamina nei problemi coinvolti. Che possono essere così sintetizzati:

  1. matrimonio via skype e le prescrizioni formali ad esso attribuite;
  2. alienazione di quota ed estromissione dalla comunione legale;
  3. acquisto del bene da parte di Caia attraverso l’istituto della donazione indiretta del padre, in forma diaccollo parziale di mutuo;
  4. maternità surrogata;

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DIRITTO PENALE

Costituisce reato omissivo improprio il fatto criminoso verificatosi per la condotta omissiva posta in essere da un soggetto che aveva l’obbligo di impedire l’evento stesso. Infatti, ai sensi dell’art. 40, co. 2, C.p., “non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivala cagionarlo”. Tale norma opera laddove il soggetto agente rivesta una posizione di garanzia, derivante da un’investitura formale o da una situazione di fatto. La posizione di garanzia può essere di controllo o di protezione, e attiene all’elemento oggettivo del reato, fondando l’obbligo giuridico di impedire l’evento, la cui violazione è equiparata, ex art. 40, Co. 2, c.p., alla causazione dell’evento mediante condotta commissiva: in tal senso, i reati omissivi impropri sono anche definiti reati commissivi mediante omissione.

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Cass. Pen., Sez. VI, 6 aprile 2022, nr. 13145

1.    LA MASSIMA

Il reato di abuso dei mezzi di correzione ex art. 571 c.p. postula che lo ius corrigendi venga esercitato con mezzi e con modalità il cui uso sia considerato lecito e dei quali, pertanto, viene stigmatizzato il mero abuso. Non ricadono, dunque, nellambito dellart. 571 c.p. quelle attività asseritamente correttive che implicano violenza fisica, non essendo queste ultime conformi alla tutela costituzionale della dignità della persona e del superiore interesse del minore. Limpiego di metodi violenti animati da intenti correttivi configura altre fattispecie di reato – quali percosse, lesioni personali, etc– e la finalità correttiva della condotta può rilevare soltanto come circostanza attenuante o come elemento idoneo ad orientare la dosimetria della pena da parte del giudice.

Quali sentenze utili possono essere selezionate in particolare le seguenti: Cass. 7473/13 e Cass. 1192/17.

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3. ARTICOLI DI RIFERIMENTO

Art. 571 c.p.

3.    SVILUPPO ARGOMENTATIVO DELLA DECISIONE

La pronuncia in commento ribadisce un orientamento consolidato della giurisprudenza di legittimità in merito al reato di abuso dei mezzi di correzione che, orientando l’esegesi dell’art. 571 c.p. ai principi costituzionali e sovranazionali, si traduce in una parziale interpretatio abrogans della norma.

1. La fattispecie di cui all’art. 571 c.p. punisce il soggetto qualificato, preposto all’educazione della persona che le è sottoposta, che abusa dei metodi educativi provando il pericolo di una malattia fisica o psichica;

2. È indubbio che il legislatore storico considerò, allatto della posizione della norma incriminatrice in analisi, la natura anche violenta dei metodi educativi dei primi decenni del Novecento. Tuttavia, l’art. 571 c.p. è stato oggetto di una interpretazione evolutiva della nozione di mezzo di correzione o, rectius, educazione. In particolare, la S.C. ha osservato che la violenza non ha più alcun ruolo educativo in un ordinamento, quale quello attuale, che tutela la dignità della persona e che si è obbligato al rispetto dei principi espressi dagli artt. 28 e 29 della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza del 1989, ratificata in Italia con la l. n. 176 del 1991. Inoltre, anche l’ordinamento scolastico vieta espressamente l’utilizzo di metodi pedagogici che implichino violenza e vessazioni.

3. Pertanto, i mezzi di cui è illecito l’abuso, a mente dell’art. 571 c.p., possono essere soltanto quei metodi educativi di cui è, in certa misura o con certa modalità, ritenuto lecito l’uso. A titolo esemplificativo, un abuso dei mezzi di educazione è costituito dall’umiliazione pubblica di uno studente o dall’inflizione di punizioni esemplari e sproporzionate alla finalità educativa. 

4. Dunque, l’utilizzo di metodi violenti non può che integrare altre fattispecie di reato, tra cui anche l’art. 581 c.p. Nondimeno, la finalità educativa della condotta violenta può rilevare come attenuante, in quanto motivo in sé meritorio, o, comunque, come criterio di determinazione della pena. 

SENTENZE SEGNALATE

Cass. civ., sez. III, 6 aprile 2022, n. 11246

Sulla copertura assicurativo del passeggero danneggiato da un sinistro stradale anche se il contratto assicurativo contempli una clausola di esclusione della garanzia assicurativa in caso di sinistro cagionato da guidatore non abilitato alla guida. In linea generale, la pronuncia fa applicazione di un principio generale, ribadito anche dalle direttive 84/5/CEE e 90/232/CEE: vulneratus ante omnia reficiendus.

Cass. pen., 6 aprile 2022, n. 13149

Sulla distinzione tra favoreggiamento personale ed omessa denuncia del p.u. che è a conoscenza di un reato commesso da un terzo. Il discrimen è la contezza, che il p.u. eventualmente abbia, circa la pendenze delle indagini per il reato commesso dal terzo.

Cass. pen, sez. I, 6 aprile 2022, n. 12914

Sui principi che governano l’istituto della continuazione in generale e, in particolare, sul regime della continuazione dichiarata, a mente dell’art. 671 c.p.p., dal giudice dell’esecuzione.

Cass. Pen. Sez. V, 5 aprile 2022 nr. 12839

1. LA MASSIMA

Lo storno della clientela altrui non integra il reato di turbata libertà dell’industria o del commercio, di cui all’art. 513 c.p., se la condotta fraudolenta dell’autore del reato non sia anche idonea, ed intenzionalmente protesa, ad impedire o turbare a monte l’attività d’impresa del concorrente. Il bene giuridico tutelato dall’art. 513 c.p. è, infatti, il libero e normale svolgimento dell’industria e del commercio, la cui alterazione si riverbera sull’ordine pubblico economico.

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2. RIFERIMENTI NORMATIVI

Art. 513 c.p. Art. 513bis c.p

3. SVILUPPO ARGOMENTATIVO DELLA DECISIONE

1) La condotta fraudolenta di una impresa che sottrae la clientela dei propri concorrenti, attraverso l’acquisizione di dati ed informazioni riservate ed il loro indebito utilizzo, configura indubbiamente un atto di concorrenza sleale ex art. 2598 c.c., ma non sempre integra il reato di turbata libertà dell’industria o del commercio.

2) Lo storno fraudolento della clientela, da una parte, non è sussumibile nella fattispecie di cui all’art. 513 bis c.p., giacché quest’ultima fattispecie richiede che gli atti di concorrenza illeciti siano accompagnati da minaccia o violenza, e , dall’altra, solo prima facie si può inquadrare nell’ambito dell’art. 513 c.p. Se è vero che quest’ultima norma incriminatrice stigmatizzi l’impiego di mezzi fraudolenti, come lo storno capzioso della clientela altrui, non meno vero è che la norma punisca il soggetto che impedisca o quantomeno turbi l’esercizio di un’attività di industria o commercio. La disposizione incriminatrice tutela, infatti, l’ordine pubblico economico e, più nello specifico, la libertà di iniziativa economica privata dei singoli, sancita all’art. 41 Cost. Non si tratta, dunque, di una forma di tutela penalistica della concorrenza, per quanto l’incriminazione de quo sortisca anche l’effetto di evitare condotte che falsino il gioco della concorrenza. In ciò risiede, in definitiva, la differenza ontologica, quanto al bene giuridico tutelato, tra l’art. 513 e l’art. 513 bis, che è espressamente rivolto alla tutela del regime concorrenziale del mercato.

3) Sulla base di queste premesse, la giurisprudenza ha chiarito che anche una condotta perpetrata a danno di un solo imprenditore concorrente può integrare gli estremi dell’art. 513 c.p., purché non si risolva in un mero atto di concorrenza sleale a base fraudolenta (collocandosi quelli a base violenta o minacciosa nell’ambito dell’art. 513 bis), ma vi sia l’intenzione dell’agente di impedire o turbare l’attività d’impresa del concorrente e la condotta risulti obiettivamente idonea ad incidere a monte sullo svolgimento stesso dell’attività imprenditoriale (ad es. provocando l’interruzione dell’attività, una sua contrazione, etc…)

4) Ne consegue che il mero atto di concorrenza sleale, come lo storno di clienti, si esaurisce, di solito, in una condotta che impatta soltanto sulla destinazione finale dell’attività di impresa, rendendo cioè difficoltoso per l’imprenditore ostacolato di raggiungere la clientela, il target della propria impresa.

SENTENZE SEGNALATE

Si segnalano:

Cass. pen., sez. V, 5 aprile 2022, n. 12827

Sulla distinzione tra il mobbing e lo stalking e sulla configurabilità di uno stalking “occupazionale” del datore di lavoro a danno dei propri dipendenti.

Cass. civ., sez. I, 5 aprile 2022, n. 10989

Su una delle prime applicazioni del nuovo diritto vivente della Corte Costituzionale in merito all’ambito applicativo dell’istituto dell’adozione in casi particolari, segnatamente la lett. d) dell’art. 44, co. 1 l. n. 184 del 1983. La S.C. si sofferma, in particolare, sulla necessità di consentire l’adozione a mente della norma da ultimo citata anche in caso di minori non abbandonati, ma le cui figure genitoriali sono incapaci di esercitare la responsabilità genitoriale. Il superiore interesse del minore impone, altresì, di riconoscere l’instaurazione, in capo all’adottato, di rapporti di parentela anche con l’adottante (sebbene nelle adozioni di cui alla l. 184/83 l’adottato non perde i legami con la propria famiglia di origine).

Cass. pen., sez. V, 5 aprile 2022, n. 12826

Sul reato di diffamazione su un gruppo Facebook. Definire qualcuno “bimbominkia” sui social integra gli estremi della diffamazione aggravata, a misura che l’espressione offensiva allude alla natura di ipodotato intellettuale del soggetto passivo del reato. 

Cass. Sez. Un., 4 aprile 2022, n. 10860

1.      SINTESI DEL CASO CONTROVERSO E QUESITI SOTTOPOSTI ALLE SEZIONI UNITE

Un’impresa, con sede principale in Italia, trasferisce la sede sociale, prima della declaratoria del suo fallimento, in altro Stato membro dell’UE. Si pone, dunque, il problema di determinare il giudice, munito di giurisdizione, competente a conoscere dell’istanza fallimentare. Le SS.UU. vengono immediatamente investite della questione attraverso il regolamento preventivo di giurisdizione. Il massimo consesso del giudice di legittimità, superando la presunzione, prevista dall’art. 3 del Reg. comunitario n. 1346/2000, che designa il luogo della sede sociale quale presumibile centro principale degli affari e degli interessi della società, afferma che il luogo di prevalente operatività della società fallita continua ad essere l’Italia. Sul crinale giurisdizionale, ciò implica che la giurisdizione sia di spettanza del giudice ordinario italiano. In sede di rinvio, dopo la decisione da parte del Tribunale, la Corte d’Appello, dubitando della fondatezza della statuizione delle SS.UU. sull’interpretazione dell’art. 3 Reg. citato, effettua un rinvio pregiudiziale alla CGUE. In sostanza, la CGUE si attiene all’interpretazione che aveva costantemente fornito in merito all’art. 3 Reg. citato, la quale era stata già applicata dalle SS.UU. in sede di regolamento preventivo di giurisdizione. Ciononostante, la Corte d’Appello, sulla base di una diversa ricostruzione dei fatti (in quanto le SS.UU., in sede di regolamento preventivo di giurisdizione, sono anche eccezionalmente giudice del fatto), ritenendo effettivo il trasferimento della sede sociale in altro Stato membro, declina la propria giurisdizione. Avverso tale ultima sentenza ricorre per Cassazione il curatore fallimentare; il ricorso occasiona la rimessione della questione di massima di particolare importanza al vaglio delle Sezioni Unite. I quesiti su cui sono chiamate a pronunciare le SS.UU. concernono “la possibilità per il giudice di merito di riesaminare una questione di giurisdizione già definita dalla Corte di Cassazione in sede di regolamento preventivo, a seguito di una pronuncia della CGUE, adottata in sede di rinvio pregiudiziale ai sensi dell’art. 267 TFUE che, nel fornire l’interpretazione della norma comunitaria che disciplina il riparto di giurisdizione tra i giudici degli Stati membri, abbia ribadito i principi precedentemente enunciati e già applicati dal giudice di legittimità”.

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2.      RIFERIMENTI NORMATIVI

Art. 267 TFUE;

Art. 3 Reg. UE n. 1346 del 2000;

Art. 41 c.p.c.

3.   PRINCIPIO DI DIRITTO DELLE SS.UU.

“-A seguito di statuizione sulla giurisdizione da parte della S.C. adita in sede di regolamento, il giudice nazionale non di ultima istanza avanti al quale il processo prosegua è ammesso a sollevare questione pregiudiziale ex art. 267 TFUE avanti alla Corte di Giustizia qualora dubiti della conformità di questa statuizione al diritto UE;- in tal caso la vincolatività della statuizione interna sulla giurisdizione viene meno soltanto all’esito della decisione della CGUE dalla quale si evinca l’effettiva contrarietà di questa statuizione al diritto UE, e nei limiti della contrarietà così emergente”.

4.    SVILUPPO ARGOMENTATIVO DELLA DECISIONE

La questione sottoposta al vaglio delle Sezioni Uniti desta interesse per due ragioni. In primo luogo, la decisione applica l’art. 3 del Reg. UE 1346/2000, che è un esempio emblematico di disposizione di diritto internazionale privato c.d. comunitario. In tal senso, questa norma ambisce a dirimere i conflitti di giurisdizione che possono sorgere tra giudici di diversi Stati membri, le quante volte la società decotta trasferisca, come sovente avviene, la propria sede legale in altro Stato prima dell’accertamento dello stato di fallimento. L’art. 3 citato concilia due esigenze opposte: da una parte, pone una regola di semplificazione del giudice munito di giurisdizione, attraverso la previsione di una presunzione di coincidenza tra la sede statutariamente indicata ed il centro principale degli affari e degli interessi della società. Dall’altra, attribuisce alla suddetta presunzione valore relativo, onde evitare che gli automatismi legislativi possano favorire il fenomeno di forum shopping da parte della società fallita, permettendole di scegliere il giudice (beninteso, tra quelli degli Stati membri dell’UE) più gradito. Dalla giurisprudenza della CGUE si desume che la presunzione relativa posta dall’art. 3 del Reg. UE citato può essere superata attraverso un’analisi globale di tutti gli indici rivelatori di una difformità tra la sede sociale ed il centro principale degli affari della società fallita. In questo giudizio ad ampio raggio è possibile valorizzare, anche a dispetto dall’assenza di un nesso di persistente dipendenza nello Stato membro da cui è stata trasferita la sede sociale, tutti quegli elementi da cui risulta che al trasferimento della sede sociale non si sia accompagnato un trasferimento del centro degli interessi della società. Un rilievo del genere può anche essere fondato, prima facie, sulla permanente collocazione, nello Stato membro da cui si è trasferita la società fallita, di un centro di direzione e di gestione sociale, purché la discordanza tra sede sociale e centro di interessi societario che da questo dato si intende desumere venga confortato anche da una serie di altri elementi obiettivi e riconoscibili da parte di terzi.

Un secondo motivo di interesse risiede, poi, nel rapporto tra il valore del giudicato interno e l’applicazione necessaria ed uniforme del diritto UE. In questo rapporto si insinua il disposto dell’art. 267 TFUE, che attribuisce alla Corte di Giustizia dell’UE il ruolo di organo giurisdizionale munito di una esclusiva funzione di nomofilachia del diritto dell’UE, tale da dotare le proprie pronunce di una efficacia vincolante erga omnes che ne fanno delle “interpretazioni autentiche”, con carattere retroattivo, del diritto eurounitario.

  1. Il rapporto tra diritto UE e nomofilachia della CGUE, da un lato, ed intangibilità del giudicato interno, dall’altro, può essere espresso come segue:
    • Il giudicato non è un valore che ha un immediato addentellato costituzionale, dal momento che la certezza del diritto e la stabilità su cui la cosa giudicata si fonda sono serventi alla tutela del diritto di difesa e degli interessi processuali delle parti. Guardando al diritto interno, dunque, non si può ritenere che il riconoscimento di un potere di nomofilachia vincolante in capo alla CGUE sia sottrattivo di poteri al giudice ordinario nazionale; così come, invero, la cedevolezza del giudicato può essere tollerata quando la statuizione travolta non incida significativamente sul diritto di difesa delle parti processuali di cui all’art. 24 Cost. In particolare, ciò si verifica in almeno due ipotesi: a) in caso di giudizio di rinvio, laddove si ammette che una sopravvenuta pronuncia della CGUE difforme al principio di diritto enunciato dal giudice di legittimità nazionale assurga a jus superveniens giuridicamente rilevante; b) in caso di pronuncia vincolante sulla mera spettanza della giurisdizione, laddove il privato potrà sempre ripresentare la medesima istanza al giudice munito di giurisdizione. In entrambi i casi surriferiti si tratta, a ben vedere, di giudicato endoprocessuali, che quindi non esplicano i propri effetti su processi distinti rispetto a quello a cui si riferiscono; in questo modo, non impattando severamente sul diritto di difesa delle parti in lite, né altrimenti sui terzi estranei al processo, si può giustificare una dequotazione del giudicato. Da questo punto di vista, viene assicurata la preminenza del diritto UE per come interpretato in modo uniforme e vincolante dalla CGUE. Non si deve dimenticare, del resto, che la CGUE ha più volte ribadito che l’ordinamento eurounitario non tollera limiti gravanti sul giudice nazionale, anche se non di ultima istanza, in merito al suo potere di adire, in via pregiudiziale, la Corte di Giustizia. Si ricorderà, infatti, come la medesima questione si sia prospettata rispetto all’art. 99 c.p.a., nella parte in cui vietava ad una sezione semplice del C.d.S. di disattendere il dictum dell’A.P. e di avvalersi della pregiudizialità comunitaria (cfr. C.d.S. 168/2017). Ancora, una evidente relativizzazione del giudicato interno si ha nel caso Lucchini, deciso dalla CGUE in materia di aiuti di Stato, nel quale una invasione delle competenze della Commissione UE in questo settore, in uno con la impossibilità di recuperare in altro modo gli aiuti di Stato illegittimi, ha imposto il superamento del giudicato interno difforme dal diritto UE. Tuttavia, come dimostra l’esito della controversia in ordine alla ricorribilità per Cassazione, ex art. 111 co. 8 Cost., di una pronuncia del giudice amministrativo abnorme, in quanto confliggente col diritto UE, il giudicato non è cedevole in ogni caso.
    • Per altro verso, infatti, il valore della certezza del diritto espresso dal giudicato non è ignorato dallo stesso diritto dell’UE, in specie per quanto questo ordinamento enfatizzi la tutela del legittimo affidamento dei consociati sui diritti quesiti. Difatti, a più riprese, la stessa CGUE ha ribadito che non esiste un obbligo comunitario di superare il giudicato nazionale difforme dal diritto UE, nemmeno attraverso lo strumento della disapplicazione della norma procedurale interna ostativa; v’è invece soltanto l’obbligo di adeguare il diritto interno alle statuizioni della CGUE nella misura massima consentita dagli strumenti processuali già previsti dal diritto nazionale (ad es., nel diritto amministrativo, giudizio di ottemperenza e, per alcuni, annullamento d’ufficio del provvedimento anticomunitario).
  2. Ne discende che, nel caso sottoposto alle SS.UU., il giudice di merito innanzi al quale prosegue il processo deciso, quanto alla giurisdizione, dalla S.C. è sempre ammesso ad interpellare la CGUE con un rinvio pregiudiziale. Naturalmente, nel caso in cui il giudice comunitarie dovesse dare un’interpretazione distonica rispetto a quella seguita dal giudice interno che ha precedente deciso sulla controversia, il giudice remittente deve aderire al nuovo orientamento della CGUE. Se, però, la Corte di Giustizia ribadisce il medesimo orientamento già seguito in precedenza, ed adottato dal giudice interno che ha conosciuto per primo la controversia, il giudice remittente non viene munito del potere di discostarsi dal giudicato interno, né ve ne sarebbe motivo, in quanto il diritto UE è stato rispettato.

Si segnala:

Cass. civ., sez. I, 4 aprile 2022, n. 10844

Sulla inammissibilità, nell’ordinamento italiano, di una domanda di rettificazione dell’atto di nascita di un bambino concepito all’estero con tecniche di fecondazione di tipo eterologo, vietate dall’art. 4, co. 3, l. n. 40 del 2004. Segnatamente, non è accoglibile la domanda volta ad indicare, nell’atto di nascita, in qualità di madre, anche il nome della donna legata da una stabile relazione affettiva con la partoriente.

Tar Catania, sez. I, 31 marzo 2022, n. 933

Sul soccorso istruttorio nella finanza di progetto.

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