La violenza di genere tra normativa e criminologia

Dalla collaborazione del nostro Team di Legali con la Dott.ssa Paulina Szczepanczyk, esperta in Criminologia investigativa, scienze forensi e valutazione scena del crimine nasce questo progetto che si propone di approfondire alcuni tipi di reato, in particolare considerati dalla comunità sociale più cruenti, sotto una luce psicologica, cercando di portare alla luce i motivi dei comportamenti criminosi e vittimiologici.

LA VIOLENZA DI GENERE SOTTO LO SPETTRO PSICOLOGICO

Si parla di femminicidio e più in generale di violenza di genere in riferimento ad un fenomeno di violenza esercitata sistematicamente sulle donne (bambine o adulte) per mano di uomini.

A spiegare questo fenomeno complesso concorrono diversi fattori di vulnerabilità quali:

  • esperienze pregresse di abuso;
  • aver subito umiliazioni;
  • modelli socio-educativi mirati alla sottomissione;
  • scarsa indipendenza economica;
  • scarsa autostima;
  • vissuti di vergogna e isolamento sociale.

Questo tipo di relazione maltrattante è divisa in 3 fasi che si ripetono ciclicamente:

Fase di origine della tensione;

Fase attiva degli episodi di violenza;

Fase della contrizione amorosa;

IL CODICE ROSSO E LA NORMATIVA A TUTELA DELLE VITTIME

Sul piano normativa, il disegno di legge del Governo C. 1455,  oggi approvato  e  conosciuto come Codice Rosso è volto ad inasprire la disciplina penale della violenza domestica e di genere. La L. 69 del 2019 è intervenuta modificando alcuni articoli del codice penale, del codice di procedura, del c.d. codice antimafia e di alcune norme dell’ordinamento penitenziario.

i 4 nuovi delitti del codice penale

Come detto il Codice Rosso ha modificato il codice penale, sia inasprendo alcune delle pene per delitti ciò esistenti, sia anche aggiungendo delle nuove fattispecie di reato, che sono le seguenti:

Art. 583 quinquies: deformazione dell’aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso.

Art. 612 ter: diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti senza il consenso delle persone rappresentate; il c.d. Revenge Porn.

Art. 558 bis: costrizione o induzione al matrimonio.

Art. 387 bis: Violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa.

È stata attuata una maggior tutela delle vittime di violenza accelerando l’eventuale adozione di provvedimenti di protezione delle stesse. Come?

Una volta acquisita la n.d.r. la polizia giudiziaria, la riferisce immediatamente al P.M., anche in forma orale;

Il P.M., entro 3 giorni dall’iscrizione della notizia di reato, assume le informazioni dalla persona offesa o da chi ha esposto denuncia.

Elezioni politiche: come si vota il 25 settembre?

Una breve guida per essere informati sulle novità e sui metodi di voto per le elezioni del 25 settembre 2022

Le date da tenere a mente

Questa estate è trascorsa all’insegna della campagna elettorale dato che il 25 settembre tutti gli italiani sono stati chiamati alle urne. Il mese di agosto, infatti, è connotato da alcuni avvenimenti importanti:

  • il 12, 13 e 14 agosto presso il Viminale sono state depositate i contrassegni dei partiti o dei movimenti;

L’ordine di deposito sarà lo stesso che apparirà sulla scheda elettorale, dunque, in sostanza, chi sarà più veloce in questa fase potrà ottenere che il proprio simbolo compaia in alto della scheda elettorale.

  • Il 21 agosto sino alle 20 del 22 agosto, sarà possibile presentare le liste nonché le candidature presso le cancellerie delle Corti di appello e del Tribunale di Aosta.

La legge 3 novembre 2017, n. 165, ha innovato sostanzialmente il sistema di elezione delle Camere e per questo motivo il Ministero dell’Interno dipartimento degli affari interni territoriali (DAIT) ha pubblicato le istruzioni per la presentazione e l’ammissione delle Candidature.

Il Rosatellum all’insegna della Legge Costituzionale del 2020

Il Rosatellum è la Legge elettorale nr. 165 del 2017, che prende il nome dal suo relatore Rosato, che ha caratterizzato il sistema di voto anche delle elezioni del 2018, tuttavia il prossimo 25 settembre ci sarà una ulteriore novità a seguito della legge Costituzionale del 19 ottobre 2020 ha ridotto il numero dei parlamentari.

Le principali novità delle elezioni che si terranno il 25 settembre 2022 sono essenzialmente due:

  • il numero dei parlamentari è stato ridotto del 30%, passando da 630 a 400 alla Camera, e da 315 a 200 al Senato;
  • per il Senato si è abbassato limite di età per poter votare, infatti, potranno esprimere la propria preferenza tutti i cittadini che abbiano compiuto 18 anni e non più 25.

Il Rosatellum predispone un sistema di voto che è possibile definire quale combinazione del sistema maggioritario e di quello proporzionale. Infatti, un terzo dei seggi, quelli uninominali, di Camera e Senato verrà assegnato attraverso il sistema maggioritario, vale a dire chi prende più voti vince nel collegio; mentre gli altri due terzi, cioè i collegi plurinominali, verranno assegnati attraverso un sistema proporzionale tramite una modalità c.d. di “listini bloccati”.

La suddivisione in collegi elettorali appare essere utile per ragioni principalmente di carattere organizzativo nonché di rappresentanza politica. I limiti dei suddetti collegi sono fissati in relazione al numero degli elettori residenti e ad altri criteri geografici, con l’obiettivo di creare porzioni di territorio omogenee dal punto di vista della popolazione. 

Come previsto dalla summenzionata Legge elettorale, l’Italia è divisa in collegi con un nr. X di elettori, all’interno dei collegi i partiti e le coalizioni presentano delle liste con i propri candidati. Andiamo a vedere cosa vuol dire.

I collegi plurinominali

Nei collegi plurinominali si eleggono più rappresentanti e, come anticipato, al fine della elezione di questi opera il meccanismo proporzionale. In questo senso ogni partito ovvero ogni coalizione presenta, nei giorni prestabiliti, una lista di candidati ed otterrà i seggi sulla base dei voti raccolti, purché venga superata la soglia di sbarramento. Pe essere chiari, i seggi verranno distribuiti fra i partiti in proporzione ai voti che hanno ottenuto. In tal modo verranno assegnati un numero di 392 seggi per la Camera e di 122 per il Senato.

I collegi uninominali

Mentre, differente sono i collegi uninominali in cui viene eletto un solo rappresentante. In questi collegi, in poche parole, vincerà l’unico seggio il candidato della coalizione o del partito che si presenta da solo e che prenderà, secondo il sistema della maggioranza, un voto in più degli altri.

Le soglie di sbarramento

Esistono, allo stato, due tipi di sbarramenti in percentuale. Per la parte proporzionale, i seggi sono spartiti tra le liste che ottengono almeno il 3%. Ogni lista infatti ha uno sbarramento nazionale del 3%, mentre le coalizioni lo hanno al 10%. I partiti di una coalizione che ottengono tra l’1 e il 3% confluiscono i propri voti, in modo proporzionale, alle altre liste della stessa coalizione che, invece, hanno superato la soglia del 3%. I voti delle liste che rimangono sotto l’1% vanno invece persi.

Le regole per votare correttamente

Passiamo adesso alle regole per votare correttamente affinché il nostro voto non venga annullato.

Al seggio, l’elettore verranno consegnate due schede identiche ma una di colore rosa che determinerà la preferenza per l’elezione della Camera ed un’altra di colore giallo, invece, per il Senato. Ogni elettore ha a disposizione un unico voto ma con diversi modi per farlo valere:

In primo luogo l’elettore può tracciare un segno sul nome del candidato uninominale che si presenta con un partito o con una coalizione, assegnando un voto al candidato ed alla lista collegata, dunque tracciando la X come in foto e il voto verrà ripartito anche alla sua lista;

N.B.: laddove la X venga apposta sul nome di un candidato uninominale che è collegato a più liste in coalizione, il voto viene ripartito tra le liste in proporzione ai loro voti ottenuti nel collegio. Se, invece, si appone la X sulla lista nel collegio plurinominale, la preferenza si considera espressa in automatico anche per il collegio uninominale.

Si può altrimenti decidere di contrassegnare con la X il nome del candidato del collegio uninominale ed anche il contrassegno della lista per dare il proprio voto sia al candidato sia alla lista nonché ai suoi candidati plurinominali.

In quali casi il voto è nullo?

Il voto disgiunto rende la scheda nulla. Nel senso che non si potrà contrassegnare il nome di un candidato uninominale e anche sul contrassegno di una lista che non è a lui collegato.

Non è altresì possibile esprimere una preferenza specifica per i candidati proporzionali che vengono correlati al simbolo della lista. Per l’appunto questi candidati vengono definiti “bloccati” in riferimento alla circostanza che l’eventuale elezione ha luogo rispettando l’ordine della presentazione (nr. 1/2/3/4).

Come iscriversi all’Albo degli Avvocati

Superato l’esame per l’abilitazione forense, se è la Professione che volete svolgere, non ci resta che affrontare l’ultimo passo prima di poter finalmente spendere il Titolo di Avvocato!

LA SPENDITA DEL TITOLO DI AVVOCATO

ATTENZIONE: il Titolo di Avvocato, nonostante il superamento dell’esame di stato, non può essere speso né in giudizio né fuori. In caso contrario siete passibili di denuncia per esercizio abusivo della professione.

Infatti, è l’art. 5 del Codice Deontologico Forense (approvato dal Consiglio nazionale forense nella seduta del 31 gennaio 2014 e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale Serie Generale n. 241 del 16 ottobre 2014) a sancire l’imprescindibile condizione per l’esercizio dell’attività professionale di Avvocato e cioè l’iscrizione nell’apposito Albo.

L’iscrizione all’Albo degli Avvocati è formalmente compiuta dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di appartenenza e nella maggior parte dei casi è il sito istituzionale dello stesso che fornisce tutti i moduli precompilati necessari.

UN ESEMPIO PRATICO: IL FORO DI NAPOLI

Riferendoci al Foro di Napoli, ma nella maggior parte dei casi da Foro a Foro cambia davvero pochissimo, e collegandosi al sito ufficiale del COA al seguente indirizzo si ha la possibilità di scaricare il modulo di cui sopra.

All’interno del modulo si troverà una prima sezione interamente dedicata all’inserimento di tutti i dati anagrafici e fiscali del neo Avvocato e a seguire tutte le dichiarazioni di seguito elencate:

  • essere cittadino italiano o di Stato appartenente all’Unione Europea, salvo quanto previsto dal comma 2 art. 17 L. 247/2012 per gli stranieri cittadini di uno Stato non appartenente all’Unione Europea; 
  • Avere superato l’esame di abilitazione; 
  • Avere il domicilio professionale nel circondario del tribunale ove ha sede il Consiglio dell’Ordine; 
  • Godere del pieno esercizio dei diritti civili; 
  • Non trovarsi in una delle condizioni di incompatibilità di cui all’art. 18; 
  • Non essere sottoposto ad esecuzione di pene detentive, di misure cautelari o interdittive; 
  • Non avere riportato condanne per i reati di cui all’art. 51, comma 3 bis del c.p.p. e per quelli previsti dagli artt. 372, 373, 374, 374 bis, 377, 377 bis, 380 e 381 del cod. penale; 
  • Essere di condotta irreprensibile secondo i canoni previsti dal codice deontologico forense.

I DOCUMENTI ED I PAGAMENTI DA ALLEGARE

Ai fini dell’iscrizione è poi necessario allegare un serie di documenti oltre alle ricevute dei diversi versamenti da effettuare come di seguito:

  • Certificato di nascita*, residenza*, cittadinanza*; 
  • Autocertificazione del “superato esame” ai sensi dei DPR 183/2011 e DPR 445/2000 artt. 46 e 47;
  • Ricevuta di versamento di € 104,00 (c/c Tesoreria Regionale alla cui circoscrizione appartiene l’Università ove si è conseguita la laurea – Regione Campania sul c/c 21965181);
  • Ricevuta di versamento di € 168,00 sul c/c 8003 intestato all’Agenzia delle Entrate di Pescara (ex Ufficio Registro) Tassa CC.GG.; 
  • Fotocopia del certificato di attribuzione della partita I.V.A.;
  • N. 3 fotografie formato tessera, 240 x 320 sfondo bianco (in giacca e cravatta); 
  • Fotocopia del certificato di attribuzione del codice fiscale; 
  • Fotocopia di un documento di riconoscimento; 
  • Certificato del casellario giudiziale*; 
  • Certificato dei carichi pendenti* della Procura della Repubblica presso Il Tribunale;
  •  Copia del certificato di compiuta pratica (se trattasi di nuova iscrizione senza mai essere stato iscritto nel registro dei praticanti di Napoli), 
  • Versamento di € 250,00 diritti di immatricolazione
  • Versamento della quota associativa di: 
    • 80,00 se già iscritto nel registro dei praticanti abilitati;
    • 110,00 se già iscritto nel registro dei praticanti semplici;
    • 170,00 se trattasi di reiscrizione all’Albo o nuova iscrizione; 

da effettuarsi presso l’ufficio cassa del Consiglio dell’Ordine. 

Ancora, gli avvocati stabiliti devono produrre anche il certificato di iscrizione dell’Ordine di provenienza (tradotto in italiano) e la dichiarazione del professionista con il quale agisce di intesa che ha lo studio nel circondario del Tribunale di Napoli. 

Tutti i certificati contrassegnati dall’ * possono essere sostituiti da autocertificazioni debitamente sottoscritte dal neo Avvocato.

Infine nell’ultima sezione ci sono da sottoscrivere i consensi per il trattamento dei dati personali.

Preparata tutta la documentazione bisogna recarsi alla segreteria del proprio ordine di appartenenza affinché proceda all’Iscrizione.

QUALI SONO LE TEMPISTICHE DELLA PROCEDURA DI ISCRIZIONE

La procedura non è lunga e solitamente il Consiglio delibera alla prima data utile fissando contestualmente la successiva data del Giuramento del quale vi sarà data comunicazione.

Ufficialmente si diventa Avvocato solo dopo il Giuramento dinanzi al Consiglio dell’Ordine di appartenenza pronunciando la solenne formula d’impegno:

Consapevole della dignità della professione forense e della sua funzione sociale, mi impegno ad osservare con Lealtà, Onore e Diligenza i doveri della professione di Avvocato per i fini della Giustizia ed a Tutela dell’Assistito nelle forme e secondo i principi del nostro Ordinamento”.

CONSIGLI PRATICI PER L’ISCRIZIONE DALLA PARTITA IVA ALLA CASSA FORENSE

L’iscrizione all’Albo degli Avvocati è piuttosto semplice, basta mettere insieme un po’ di documenti ed effettuare i versamenti dovuti; ciò che non è sempre chiaro riguarda l’apertura della partita iva, la p.e.c. e l’assicurazione professionale (e oggi direi anche della fatturazione elettronica) ma procediamo per gradi.

Allora in primis chiariamo subito che l’apertura della p.iva è necessaria per l’iscrizione nell’Albo e tendenzialmente al neo Avvocato è più conveniente partire con un regime forfettario o di “flat tax”.

IL REGIME FORFETTARIO

Il regime forfettario o “flat tax” appunto permette di beneficiare di un’imposta unica del 5% per i primi 5 anni (se non hai mai svolto la professione), che poi passa a 15%. È ideale per i più giovani, dato che ha come limite principale quello di non superare la soglia di reddito annuo di 65.000 euro.

L’imposta da pagare e i contributi si calcolano dopo aver detratto una percentuale forfaitdefinita da un coefficiente di redditività chiamato Codice ATECO. Inoltre, le fatture sono emesse senza IVA e non si scaricano i costi. Chi aderisce al regime forfettario è esentato da fatturazione elettronica, ma deve pagare il bollo sulle fatture, se di importo superiore a 77,47 euro.

Ecco un esempio pratico di quante tasse paga un Avvocato a partita iva con il regime forfettario. Ipotizziamo il caso di un Avvocato agli inizi. Nel suo primo anno come libero professionista ha avuto un fatturato lordo di 40.000 euro. Il coefficiente di redditività ATECO è identificato dalla cifra 69.10.10 ed è pari al 78%: l’imponibile su cui saranno pagati i contributi è quindi 31.200 euro. I contributi della Cassa Forense o INPS (iscrizione alla gestione separata) sono deducibili dal fatturato e vanno sottratti prima di calcolare la quota di tasse del 5% da pagare allo Stato.

LA PEC

Per ciò che concerne la Posta Elettronica Certificata per esperienza personale si consiglia di effettuare la domanda di iscrizione con la casella che si intenderà utilizzare per il Processo Civile Telematico e questo per una semplice ragione.

Al momento dell’iscrizione all’Albo degli Avvocati, il Consiglio dell’Ordine inserisce l’indirizzo di posta elettronica certificata comunicata dal neo Avvocato nel modulo di iscrizione nel “Registro Generale degli Indirizzi Elettronici” e ciò comporta automaticamente l’abilitazione al PCT.

Qualora ad esempio si effettuasse l’iscrizione con una casella di posta certificata X e successivamente si voglia modificare la stessa nella casella Y il procedimento non è immediato in quanto il Consiglio raggruppa tutti gli indirizzi di posta elettronica certificata e mensilmente effettua la comunicazione al Reginde che si occuperà poi materialmente di effettuare l’eventuale modifica pertanto si rischia di non poter lavorare con il PCT o in ogni caso di creare confusione.

LA FIRMA DIGITALE

Altro consiglio è quello di munirsi sin da subito della propria firma digitale in quanto indispensabile per il PCT.

L’ASSICURAZIONE PROFESSIONALE

L’assicurazione professionale è obbligatoria ma non è indispensabile che il neo Avvocato ne stipuli una al momento stesso dell’Iscrizione ma è sufficiente che la stessa venga poi comunicata al proprio Consiglio di appartenenza.

LA CASSA FORENSE

Altro dato da tenere in considerazione è l’automatica iscrizione alla Cassa Nazionale di Previdenza ed Assistenza Forense

Guida pratica all’esame di abilitazione forense

Iscrizione al bando e pagamenti 

La domanda di partecipazione all’esame deve essere inviata per via telematica, rispettando i termini indicati nel bando.

Scarica il bando 2022 in pdf

Per l’iscrizione all’esame di abilitazione forense sono previsti alcuni pagamenti che di seguito verranno indicati: 

  • euro 78,91 (settantotto/91), attraverso due istanze di pagamento digitale tramite la piattaforma PagoPA;
  • la prima istanza di pagamento è composta dalla tassa di euro 12,91 (dodici/91) e dal contributo spese di euro 50,00 (cinquanta), per un totale di 62,91 (sessantadue/91); 
  • la seconda istanza è inerente al all’imposta di bollo di euro 16,00 (sedici). 

Il mancato pagamento delle istanze suesposte entro la data di scadenza della domanda di partecipazione comporta l’esclusione dalla procedura.

Effettuato il pagamento il candidato dovrà inoltrare la domanda. Per fare ciò basterà collegarsi al sito internet del Ministero della giustizia e sotto la voce “Strumenti/Concorsi, esami, assunzioni” effettuare la relativa registrazione, utilizzando unicamente l’autenticazione SPID di secondo livello. 

Una volta terminata la procedura di identificazione e di inoltro della domanda, verrà visualizzata una pagina all’interno della quale ci sarà un collegamento all’apposito file pdf. denominato “domanda di partecipazione”. Al fine di redigere esattamente la domanda occorrerà seguire le indicazioni contenute nella finestra necessario selezionare:

  • la Corte di appello cui è diretta la domanda;
  • il Consiglio dell’ordine degli Avvocati, che ha certificato il compimento della pratica forense (il cui termine verrà elencato nel bando, l’anno scorso è stato previsto per il 10.11.2021 poi prorogato al 7.1.2022, vale a dire alla data di scadenza del bando). 

In questo momento verranno richiesti alcuni dati tra cui: i dati personali, dichiarazione di aver conseguito la laurea presso l’Ateneo X in data Y; l’autodichiarazione ad aver ottenuto la delibera del COA di appartenenza relativa alla compiuta pratica; un recapito e-mail valido per le comunicazioni inerenti alle varie fasi della procedura di esame. Proprio in questa fase il Candidato dovrà effettuare la scelta delle materie da portare al primo ed al secondo orale. (link alla parte delle materie con i programmi). 

Ancora all’atto dell’iscrizione sarà necessario allegare: documento di riconoscimento in corso di validità; le ricevute dei versamenti che si caricheranno automaticamente con la funzione PagoPA. Alla fine della compilazione dovrà essere scaricato il modulo contenente il numero identificativo come quello riportato in foto.

LE DUE PROVE

A seguito dello stato emergenziale da Covid-19, l’esame che si componeva di 3 prove scritte, consistenti nella stesura di 2 pareri motivati (uno di diritto civile e uno di diritto penale) e di un atto giudiziario a scelta del candidato (tra diritto privato, diritto penale e diritto amministrativo), ed un orale, dalla sessione 2020 è stato modificato in sole due prove orali c.d. orale rafforzato. 

Una volta che il bando si sarà chiuso verranno espletate tutte quelle attività come: abbinamento e sorteggio delle Commissioni per ciascun candidato, estrazione della lettera dalla quale si partirà per ciascuna CDA e così via. I Candidati verranno informati sulla Commissione alla quale sono stati abbinati e sulla data di convocazione della prova attraverso una comunicazione inoltrata nell’area personale, previa notifica all’indirizzo mail indicato all’atto della iscrizione.

La Commissione esaminatrice è formata da 1 Presidente, 2 Titolari, 1 vicepresidente e 2  supplenti 

Sulla pagina Instagram _Broccardo_ troverai continui aggiornamenti nelle storie.

LA PRIMA PROVA ORALE

La prima prova orale, che si ricorda essere pubblica, ha ad oggetto l’esame e la discussione di una questione pratico applicativa, nella forma della soluzione di un caso, al fine di vagliare le conoscenze del candidato di diritto sostanziale e di diritto processuale, in una materia scelta preventivamente all’atto della iscrizione dal candidato tra: diritto civile; diritto penale e diritto amministrativo. 

Prima di passare all’espletamento della prova in sé, appare doveroso dare qualche informazione sulle attività preliminari che verranno svolte il giorno dell’esame dal Cancelliere che si troverà fisicamente nel locale di esame. Ebbene si, sarà il solo Cancelliere ad essere presente fisicamente nella stanza con il Candidato, questo perché la Commissione esaminatrice, scelta a seguito del sorteggio, sarà collegata con il candidato in video-conferenza. Il Cancelliere controllerà che i codici portati dal Candidato siano ammessi. A tal proposito viene consentita la consultazione solo dei codici annotati con la SOLA GIURISPRUDENZA, non anche quelli con la dottrina e di quelli secchi, vale a dire di quelli contenenti solo le norme. Per saperne di più sui Codici ti invitiamo a guardare la diretta con Sauzano Edizioni Giuridicheo a contattarci.

Una volta operato questo controllo il Candidato dovrà scegliere una delle 3 buste per estrarre la traccia che gli verrà sottoposta. Da questo momento la Commissione, solitamente in persona del Presidente, detterà la traccia estratta. Il tempo della dettatura non viene computato ai fini dello svolgimento della prova.

La prova dovrà essere espletata in 60 minuti così suddivisi: 

  • 30 minuti, che decorrono dalla scrittura della traccia dettata, i quali dovranno essere impiegati per l’analisi del caso sottoposto. 

In questa fase il candidato potrà avvalersi dell’aiuto dei codici preventivamente controllati ed ammessi. Al Candidato verrà fornito un foglio protocollo, con timbro e data della prova, sul quale scriverà la traccia e dove potrà annotare lo schema di ragionamento valido ai fini della risoluzione del caso.

  • 30 minuti per l’esposizione della soluzione alla Commissione. 

In questa fase non è possibile utilizzare i codici, tuttavia si potrà essere utilizzato lo schema di ragionamento redatto durante la prima fase dell’esame.

Il punteggio minimo per il superamento della prima prova è di 18 punti.

Esercitati con le tracce estratte 2022

Guarda le simulazioni

La seconda prova orale

La seconda prova orale, anch’essa pubblica, non è stata connotata da rilevanti difformità rispetto alla previgente prova orale, infatti, come accadeva per l’esame in stato pre-pandemico il candidato dovrà affrontare una interrogazione orale riguardo a 6 materie scelte tra 13, di cui si dirà a breve tra: 

  • 1 tra: diritto civile e diritto penale; laddove al primo orale sia stato scelto diritto amministrativo il Candidato dovrà portare sia diritto penale che civile;
  • 1 tra procedura civile e procedura penale;
  • 3 materie a scelta tra diritto costituzionale, diritto amministrativo, diritto tributario, diritto commerciale, diritto del lavoro, diritto dell’Unione europea, diritto internazionale privato, diritto ecclesiastico.
  • Deontologia forense.

La prova ha una durata minima di non meno di 45 e non superiore a 60. 

Il candidato per superare la prova dovrà ottenere un punteggio complessivo non inferiore a 108 punti e, in almeno 5 materie, non inferiore a 18 punti.

La scelta delle materie da portare all’esame

Come scegliere le materie da portare al secondo orale? 

Innanzi tutto, è stato già specificato come il sostanziale portato al secondo orale dovrà essere differente rispetto a quello portato al primo orale.

Es. primo orale penale, secondo orale obbligo di portare diritto civile;

Es. primo orale civile, secondo orale obbligo di portare diritto penale;

Es. primo orale amministrativo, secondo orale obbligo di portare diritto penale e diritto civile.

È obbligatorio portare 1 delle due procedure dunque: procedura penale o procedura civile.

Dovranno essere scelte 3 materie tra: diritto penale, diritto civile, diritto costituzionale, diritto amministrativo, diritto tributario, diritto commerciale, diritto del lavoro, diritto dell’Unione europea, diritto internazionale privato, diritto ecclesiastico.

Deontologia forense è, invece, obbligatoria.

Facciamo un esempio pratico di scelta delle materie: 

Il Candidato al primo orale sceglie diritto penale. Al secondo orale (come già detto) dovrà portare necessariamente diritto civile insieme a procedura penale. Dovrà scegliere poi le tre materie, quindi il Candidato sceglierà diritto internazionale privato, costituzionale e diritto europeo. Poi, scelta obbligata, sarà quella di deontologia forense. 

Ecco che siamo arrivati a 6 materie. In ogni caso, nulla ostaal Candidato di portare, tra le 3 materie a scelta, diritto penale che ha già portato al primo, purché ci sia diritto civile.

N.B.: laddove il Candidato all’atto della iscrizione effettui una scelta non ammessa, il server non permetterà di procedere.

Consulta le domande frequenti sul secondo orale e le risposte degli Avvocati.

I PROGRAMMI DELLE MATERIE DA PORTARE PER IL SECONDO ORALE

Questi programmi sono stati enucleati attraverso la comparazione di indici estrapolati da diversi libri di testo per la preparazione all’esame per l’abilitazione forense. È sempre bene integrare lo studio delle materie con le ultime riforme e con sentenze rilevanti. In ogni caso vi invitiamo a seguire la pagina Instagram per non perdervi nessun aggiornamento, notizie o curiosità in merito; altresì in pagina è possibile contattare gli Avvocati per qualsiasi ulteriore domanda.

DIRITTO CIVILE

I soggetti di diritto, i principi del diritto civile;

La persona fisica;

Le persone giuridiche, definizione, tipi e caratteri;

I diritti assoluti: le cose ed i beni e la loro classificazione;

I diritti reali ed il diritto di proprietà;

Il possesso e l’usucapione;

L’attività giuridica: fatti ed atti giuridici;

Il negozio giuridico;

La rappresentanza;

La patologia del negozio giuridico;

Il regime di opposizione e trascrizione;

Obbligazioni

Fonti dell’obbligazione;

Costituzione ed estinzione del rapporto obbligatorio;

Modificazioni soggettive ed oggettive del rapporto obbligatorio;

La responsabilità debitoria;

La garanzia del creditore (diritti reali di garanzia, pegno ed ipoteca, i privilegi);

Contratti

Il contratto in generale;

La formazione del contratto;

Gli effetti del contratto;

Interpretazione ed integrazione;

Le patologie del contratto;

L’estinzione del contratto;

La responsabilità contrattuale;

Famiglia e successioni

Le nuove formazioni sociali;

Il regime patrimoniale della famiglia e delle nuove formazioni sociali;

filiazione ed alimenti;

Successioni mortis causa;

Acquisto di eredità e rinuncia;

La successione per legge, testamentaria e a titolo particolare (il legato);

Comunione e divisione ereditaria;

Donazioni;


DIRITTO PENALE – PARTE GENERALE

Le fonti del diritto penale;

Principio di legalità ed i suoi corollari;

L’interpretazione e l’efficacia della Legge penale;

Il reato in generale; 

Le cause di esclusione del reato;

Forme di manifestazione del reato;

Circostanze e bilanciamento;

Concorso di reati e concorso apparente di norme;

Concorso di persone;

Imputabilità;

Pena;

La depenalizzazione e l’illecito amministrativo;

DIRITTO PENALE – PARTE SPECIALE

Delitti contro la personalità dello stato;

Delitti contro la P.A.;

Delitti contro Amministrazione della giustizia;

Delitti contro il sentimento religioso;

Delitti contro l’ordine pubblico;

Delitti contro l’ambiente;

Delitti contro la fede pubblica;

Delitti contro l’economia, industria e commercio;

Delitti contro moralità pubblica;

Delitti contro la famiglia;

Delitti contro la persona;

Delitti contro il patrimonio;


DIRITTO AMMINISTRATIVO

Nozioni e fonti del diritto amministrativo;

Le situazioni giuridiche soggettive (interesse legittimo e diritto soggettivo);

L’organizzazione dello Stato;

Gli enti pubblici;

Il rapporto di lavoro pubblico;

L’attività amministrativa (discrezionalità, principi dell’azione amministrativa);

Gli atti e i provvedimenti amministrativi;

Requisiti del provvedimento amministrativo ed efficacia;

Il silenzio amministrativo;

Patologie vizi dell’atto amministrativo;

Il procedimento amministrativo (L. 241/1990 e codice del processo amministrativo);

L’accesso amministrativo;

Il sistema dei controlli (la Corte dei Conti);

I beni pubblici;

I contratti pubblici;

La responsabilità della pubblica amministrazione;

La giustizia amministrativa (giurisdizione del g.o. e del g.a.).

Il giudicato amministrativo;


DIRITTO PROCESSUALE CIVILE

principi generali del diritto processuale civile;

La giurisdizione e competenza giudice civile;

L’azione civile e parti;

Le alternative alla giurisdizione civile;

Il processo ordinario di cognizione

Le fasi del processo ordinario di cognizione (introduzione, istruzione, trattazione, istruzione probatoria e decisione);

Le vicende anomale nello svolgimento del processo;

Giudizio di cognizione innanzi al giudice di pace;

Le impugnazioni (l’appello, il ricorso per cassazione, altri mezzi di impugnazione);

Il giudicato;

Il processo di esecuzione 

Tipi di processo di esecuzione, competenza e poteri del giudice dell’esecuzione;

L’espropriazione forzata: forme ed opposizioni;

Sospensione del procedimento esecutivo;

Estinzione del processo esecutivo;

I procedimenti speciali

Procedimenti sommari;

Procedimenti cautelari;

Il procedimento di ingiunzione (Decreto ingiuntivo ed opposizione);

Procedimento per convalida di sfratto;

Procedimenti cautelari e possessori;

Procedimenti di volontaria giurisdizione (separazione personale dei coniugi, interdizione ed inabilitazione, amministrazione di sostegno);

Gli altri procedimenti speciali (Scioglimento di comunione, liberazione degli immobili dalle ipoteche, riconoscimento dei provvedimenti stranieri, arbitrato, processo societario);

Il processo del lavoro (caratteri peculiari, ambito di applicazione, competenza, le fasi del procedimento, l’appello);


DIRITTO PROCESSUALE PENALE

Fonti del diritto processuale penale;

La giurisdizione penale (i principi fondamentali e gli organi della giurisdizione penale);

I soggetti del processo penale (il giudice, il PM, la polizia giudiziaria, la parte civile, il responsabile civile e il civilmente obbligato per la pena pecuniaria, la persona offesa, il difensore);

Gli atti del processo penale e le loro patologie;

Le prove;

Le misure cautelari;

Il procedimento penale (le indagini preliminari, il dibattimento e la decisione);

I procedimenti speciali (giudizio abbreviato, patteggiamento, decreto penale di condanna, giudizio direttissimo, giudizio immediato, procedimento di oblazione, sospensione del procedimento con messa alla prova); 

Il procedimento davanti al giudice di pace;

Il procedimento minorile;

Le impugnazioni;

Il giudicato penale.


DIRITTO COSTITUZIONALE

Lo Stato;

Forme di stato e forme di governo;

Comunità internazionale ed Unione Europea;

Le fonti del diritto ed i principi costituzionali;

Diritti e doveri dei cittadini;

Il Parlamento;

Il Presidente della Repubblica;

Il Governo;

La pubblica amministrazione;

La magistratura;

La corte costituzionale;

Gli organi ausiliari (CNEL, Corte Dei Conti e Consiglio di Stato);

Gli enti territoriali (le Regioni);


DIRITTO COMMERCIALE

L’impresa

L’imprenditore;

L’azienda;

L’imprenditore ed il mercato (i segni distintivi, le creazioni intellettuali, la concorrenza);

La cooperazione economica (il consorzio, l’associazione);

Le società

Le società in generale;

Tipi di società;

Le società di persone;

Le società di capitali;

Le società mutualistiche;

Trasformazione, fusione e scissione e liquidazione della società;

Diritto fallimentare e il nuovo codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza

La riforma delle procedure concorsuali; 

Le nuove procedure di allerta e di composizione assistita della crisi;

La crisi d’impresa (il fallimento);

Procedimento ed effetti della dichiarazione della crisi d’impresa;

Revocatoria fallimentare ed organi preposti al fallimento;

La procedura fallimentare ordinaria;

Le altre procedure concorsuali (il concordato preventivo tra vecchia e nuova disciplina; piani attestati di risanamento da accordi di ristrutturazione dei debiti, la procedura di composizione della crisi da sovra indebitamento tra vecchia e nuova disciplina; la liquidazione quatta amministrativa, l’amministrazione straordinaria).


DIRITTO ECCLESIASTICO

Definizione principi e fonti del diritto ecclesiastico;

I patti lateranensi ed il nuovo concordato;

Santa sede e città del Vaticano (Rapporti con lo Stato italiano, posizione dello Stato della città del Vaticano nell’ordinamento internazionale);

Le persone fisiche nel diritto ecclesiastico (il ministro di culto, la condizione giuridica degli ecclesiastici, sostentamento del clero e finanziamento statale, previdenza sociale del clero, condizione giuridica degli ecclesiastici e dei religiosi);

Gli enti ecclesiastici;

Il patrimonio ecclesiastico;

L’amministrazione del patrimonio ecclesiastico;

IL potere disciplinare dell’autorità ecclesiastica;

Il matrimonio;

Le confessioni religiose diverse da quella cattolica.


DIRITTO INTERNAZIONALE PRIVATO

Fonti del diritto internazionale privato;

Struttura e funzione della norma di diritto internazionale;

Il funzionamento della norma di diritto internazionale privato (il rinvio nel diritto internazionale privato);

Limiti all’applicazione della norma straniera;

Lo Stato e la capacità delle persone (Acquisto della cittadinanza, scomparsa assenza e morte presunta, diritti della personalità);

Il matrimonio;

La filiazione e l’adozione;

Le obbligazioni;

I diritti reali;

Le successioni e le donazioni;

Le società e le procedure di insolvenza;

Il diritto processuale civile internazionale (giurisdizione internazionale del giudice italiano, disciplina processuale, riconoscimento degli atti e dei provvedimenti giurisdizionali stranieri, titolo esecutivo europeo e procedimento di ingiunzione, arbitrato internazionale).


DIRITTO TRIBUTARIO

Le fonti del diritto tributario;

Distinzione giuridica dei tributi;

I soggetti del diritto tributario;

I regimi contabili e la dichiarazione;

Attività istruttoria e di accertamento;

La riscossione e i rimborsi;

Le sanzioni tributarie;

La tutela del contribuente ed il contenzioso tributario;

IRPEF, IRES ed IVA;

Le altre imposte indirette;

Le entrate tributarie di Regioni, Province e Comuni.


DIRITTO DELL’UNIONE EUROPEA

Le origini dell’Unione Europea (CECA, CEE ed EURATOM);

Fonti primarie dell’ordinamento dell’Unione Europea;

Organi dell’UE e rispettive funzioni (Il Parlamento Europeo, il Consiglio Europeo; il Consiglio dell’Unione Europea, la Commissione, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, la BCE). 

Gli altri organi previsti dai trattati;

Il diritto derivato dell’Unione;

Procedimento di adozione degli atti dell’Unione;

Ripartizione delle competenze tra Unione e Stati membri;

I rapporti tra l’ordinamento dell’Unione e quello degli Stati membri;

Ordinamento dell’Unione Europea ed ordinamento italiano;

Il procedimento di adattamento dell’ordinamento italiano al diritto derivato dell’unione;

Il sistema giurisdizionale;

La responsabilità dello Stato per la violazione del diritto dell’UE;

Politica estera, sicurezza e difesa;

Gli accordi internazionali;

La Brexit.


DIRITTO DEL LAVORO

Nozione fonti del diritto del lavoro;

Il lavoro subordinato, autonomo e parasubordinato;

Il contratto di lavoro subordinato e la costituzione del rapporto;

Somministrazione di lavoro, appalto, distacco e trasferimento di azienda;

Divieto del lavoro minorile e parità di genere;

Il lavoratore (prestazione di lavoro, luogo e durata della prestazione e gli altri elementi essenziali del rapporto);

Il datore di lavoro;

Obbligazione retributiva;

Sospensione del rapporto di lavoro, gli strumenti a sostegno del reddito;

Cessazione del rapporto di lavoro;

Rapporti di lavoro speciali (il lavoro a tempo determinato, il contratto di apprendistato, il lavoro a domicilio, il lavoro domestico, il lavoro part-time, il lavoro intermittente);

Tutela dei diritti del lavoratore;

Cenni di diritto sindacale (Sindacato di associazione sindacale, libertà e attività sindacale, contratto collettivo di diritto comune, regole della contrattazione collettiva, sciopero, repressione della condotta antisindacale del datore di lavoro);

Attività di vigilanza e il contrasto al lavoro nero;

Le misure in riferimento all’emergenza COVID (sicurezza sul lavoro, sostegno della genitorialità, il lavoro agile, cessazione del rapporto di lavoro, ammortizzatori sociali).


DEONTOLOGIA E ORDINAMENTO FORENSE

La professione di avvocato (gli ordini professionali, il compenso, la personalità dell’esecuzione della prestazione, patrocinio a spese dello Stato, elezione di domicilio società tra avvocati);

I profili generali della professione di avvocato (specializzazione, pubblicità informativa, obbligo del segreto, formazione continua, assicurazione per la responsabilità civile, pattuizione del compenso);

Albi, elenchi e registri;

Organi e funzioni degli organi forensi;

Accesso alla professione forense (riforma all’accesso per l’abilitazione forense c.d. doppio orale rafforzato);

Il procedimento disciplinare;

La responsabilità dell’avvocato;

La deontologia forense

Profili generali (natura di interpretazione delle norme deontologiche, autonomia indipendenza della professione forense, rapporti con i terzi);

I doveri dell’avvocato;

Rapporti con colleghi, clienti e magistrati.

Il superamento dell’esame

Una volta superato l’esame nell’area personale verranno comunicati i voti delle prove orali e l’esito finale dell’Esame di Stato per l’abilitazione alla professione di Avvocato. Il certificato di superato esame potrà essere ritirato al COA di appartenenza. Per sapere come iscriversi all’Albo e per i consigli da seguire clicca qui.

Illegittimità costituzionale parziale dell’art. 168 bis. co. 4 cod. pen.

La Corte Costituzionale dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 168-bis, comma quarto, cod. pen. nella parte in cui non prevede che l’imputato possa essere ammesso alla sospensione del procedimento con messa alla prova nell’ipotesi in cui si proceda per reati connessi, ai sensi dell’art. 12, comma 1, lett. b), cod. proc. pen., con altri reati per i quali tale beneficio sia già stato concesso.

Sent. 12 luglio 2022 n. 174

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LA QUESTIONE DI LEGITTIMITA’

Il Tribunale di Bologna ha sollevato  la questione di legittimità costituzionale dell’art. 168-bis e. 4 cod. pen. nella parte in cui, stabilendo che la sospensione del procedimento con messa alla prova dell’imputato non possa essere concessa più di una volta, non prevede che l’imputato ne possa usufruire per reati connessi ex art. 12 c. 1 lett. b) c.p.p. con altri oggetto di procedimenti già definiti.

IL CASO DA CUI ORIGINA LA SENTENZA DELLA CORTE

Il caso da cui origina la pronuncia della Corte e posto al vaglio del giudice a quo inerisce alla vicenda giudiziaria di due imputati chiamati a rispondere del delitto di detenzione a fini di spaccio di sostanze stupefacenti, già qualificato dalla pubblica accusa ai sensi dell’art. 73, comma 5, d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309., e quindi di un reato per il quale in astratto è possibile concedere la sospensione del procedimento con messa alla prova, quanto meno in ragione dei limiti edittali di pena. Tuttavia, nel corso del procedimento emergeva che gli imputati risultavano aver già beneficiato della sospensione di cui all’art. 168-bis cod. pen., però in un altro altro procedimento penale. Siffatto altro procedimento veniva dichiarato estinto per esito positivo della messa alla prova e gli veniva contestato un nuovo episodio di spaccio “coevo a quelli contestati nel giudizio a quo e ad essi avvinto dalla continuazione (art. 81, secondo comma, cod. pen.), trattandosi di fatti tutti commessi in esecuzione del medesimo disegno criminoso“.

LA NORMATIVA DELLA SOSPENSIONE DI MESSA ALLA PROVA AI SENSI DELL’ART. 168 BIS COD. PEN.

La questione diviene per giunta rilevante in quanto gli imputati, essendone già stati beneficiari, non potevano più accedere al rito speciale. Invero, questo veniva impedito dall’art. 168-bis cod. pen., il cui comma 4 prevede che la messa alla prova non possa essere concessa per più di una volta. La ragione, secondo dottrina prevalente, è che la messa alla prova è una chance che l’indagato ovvero imputato di un reato commesso quando maggiorenne può avere una sola volta nella vita, a differenza del rito minorile per cui lo stesso istituto può essere concesso senza alcuna limitazione.

LE OSSERVAZIONI DEL GIUDICE A QUO

Il Giudice a quo pone in essere la questione basandosi sulla irrazionalità del sistema e sulla disparità di trattamento, tra chi è imputato di reati connessi ex art. 12, lett. b), cod. proc. pen. nello stesso procedimento e chi, invece, ne risponda in procedimenti distinti. In questo senso infatti dichiara che nella sospensione del procedimento con messa alla prova per reati commessi da un maggiorenne, la possibilità di beneficare del rito speciale è subordinata nella sostanza alla scelta del pubblico ministero oppure alle tempistiche processuali. Questo perché nei casi in cui nel simultaneus processus, venissero contestati più fatti di reato, connessi tra loro dal nesso della continuazione, il giudice potrebbe anche ammettere il rito giungendo, in caso di esito positivo della messa alla prova, all’estinzione di tutti i reati contestati all’imputato, nell’ambito dello stesso procedimento penale. 

Ex adverso, se la scelta del P.M. è quella di iscrivere due procedimenti separati o se comunque ovvero se i fatti venissero contestati in momenti differenti, e vi fosse quindi una frammentarizzazione dei procedimenti tra reati connessi, la possibilità per l’imputato di accedere al beneficio in momenti distinti, gli sarebbe preclusa ab origine, laddove questi abbia già optato per il rito in uno dei procedimenti penali parcellizzati.

La sentenza della Corte Costituzionale

Con sentenza n. 174, depositata il 12 luglio 2022, la Corte Costituzionale, ritenendo la questione fondata, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 168-bis, quarto comma, del codice penale, nella parte in cui non prevede che l’imputato possa essere ammesso alla sospensione del procedimento con messa alla prova nell’ipotesi in cui si proceda per reati connessi, ai sensi dell’art. 12, comma I lettera b), del codice di procedura penale, con altri reati per i quali tale beneficio sia già stato concesso.

Accogliendo la questione sollevata spiega la Corte come viene rimossa la preclusione oggi esistente per coloro che vogliano accedere al beneficio una seconda volta, in relazione a reati che siano espressione del medesimo disegno criminoso di quelli per i quali la messa alla prova è stata già concessa, salvo la sussistenza dei presupposti di legge per l’ammissione al rito anche con riferimento a questi  ultimi addebiti.

Le diverse forme degli atti persecutori: lo stalking condominiale

Il delitto di atti persecutori ex 612 bis cod. pen. come reato “liquido” tanto che la Cassazione già a partire dal 2011 aveva ritenuto di dover dare una specificazione ulteriore della condotta persecutoria ivi descritta considerata all’interno della formazione sociale del Condominio, il c.d. stalking condominiale.

Configurazione giuridica dello stalking condominiale

Il riconoscimento giuridico di quello che oggi attraverso la pronuncia della Corte di Appello di Milano viene ridefinito stalking condominiale fonda la propria ragione sull’interpretazione estensiva dell’art. 612 bis cod.pen., che si ricorda essere stato introdotto mediate il c.d. “Decreto sicurezza”, convertito con la legge 24 aprile 2009 n. 38 che disciplina il reato degli atti persecutori.

Invero, l’art. 612 bis cod. pen. punisce chiunque ponga in essere reiterate condotte persecutorie tali da determinare nella persona offesa un perdurante e grave stato di ansia e timore o, alternativamente, l’alterazione le proprie abitudini di vita.

Leading case: la Cassazione del 2011 nr. 20895

Come detto in apertura, il leading case in materia viene definito dalla Cassazione nr. 20895 del 2011. La sentenza de quo origina dalla vicenda che vede coinvolto un soggetto affetto da una forte sindrome maniacale ed alcuni condomini di sesso femminile. Invero, il soggetto teneva comportamenti a carattere sistematico e persecutorio tali da configurare il delitto di stalking, nei confronti di (sole) due condomine. Tuttavia, il comportamento delittuoso messo in atto dall’agente, sebbene non rivolto a tutte le altre condomine, aveva avuto come effetto indiretto, quello di ingenerare nelle altre donne un tale stato di ansia e di paura tale da costringerle a modificare sensibilmente le proprie abitudini di vita. La Suprema Corte di Cassazione nell’occasione aveva confermato la condannata inflitta al soggetto ritenuto colpevole del delitto di stalking anche nei confronti delle altre condomine.

Secondo quanto riportato dalla S.C. del 2011, lo stalking condominiale si configura quale insieme di atti reiterati e propensi ad arrecare in maniera volontaria ad uno solo o ad una pluralità di condomini un disturbo intollerabile per un periodo di tempo prolungato, tale che venga estrinsecato l’evento di cui all’art. 612 bis cod. pen., vale a dire condizionare le abitudini di vita quotidiana. La differenza, che in realtà è una specificazione che rileva solo in funzione descrittiva, sta nella circostanza che le azioni volontarie e reiterate vengono perpetrate locus ben preciso: il condominio.

La sentenza della Corte di Appello di Milano

Il fatto storico che, questa volta, ha portato la Corte di Appello di Milano alla conferma della sentenza di primo grado origina da condotte persecutorie che il soggetto agente teneva nei confronti della persona offesa a causa di un presunto debito di circa 31 mila euro che questi aveva contratto nei confronti del condominio. I comportamenti si estrinsecavano dapprima in aggressioni verbali, con il passare del tempo sfociavano in violenze sia su cose (lanciava uova a ridosso delle finestre della casa della vittima, annaffiava con una pompa di irrigazione le finestre aperte dell’abitazione della p.o. di modo da rovinare il parquet etc.) che alla persona offesa. Rispetto a queste ultime condotte , v’è da specificare che l’imputato veniva condannato anche per lesioni personali aggravate.

Cambiamento delle abitudini di vita

La persona offesa a seguito di tali episodi iniziava a soffrire di un forte stato di ansia e di paura ed iniziava a cambiare le proprie abitudini di vita, tanto che, ad esempio, prendeva l’ascensore nella scala opposta per evitare di incontrare il suo persecutore; passava i fine settimana fuori dalla propria abitazione; modificava i propri orari di entrata e di uscita dal condominio così da rendere meno prevedibili i suoi spostamenti al persecutore etc.

Prescindendo dalla struttura del reato in sè, si rileva in questa sede come secondo la Corte di Appello di Milano per ottenere la prova del cambiamento delle abitudini di vita, “occorre considerare il significato e le conseguenze emotive della costrizione sulle abitudini di vita cui la vittima sente di essere costretta e non la valutazione, puramente quantitativa, delle variazioni apportate“. Invero, con specifico riferimento allo stalking condominiale, ai fini della prova del cambiamento delle abitudini di vita potrà assumere rilievo il fattche la vittima abbia cercato, in tutti i modi, di evitare di incontrare l’imputato modificando i propri orari di entrata e uscita da casa e cercando di abitarvi il meno possibile“.

Lo stato di ansia e paura

Rispetto allo stato di ansia e di paura estrinsecato nella norma di cui all’art. 612 bis cod. pen., questo può essere ricavato dalla particolare natura degli atti subiti, ut supra, oltre che, come chiariscono i Giudici della Corte di Appello di Milano dal “gravissimo contenuto delle minacce di morte (anche accompagnate dal richiamo a conoscenze nella criminalità organizzata) qualora siano oggettivamente idonee a creare allarme e preoccupazione in ogni soggetto.

La reiterazione delle condotte ai fini della incriminazione

Il reato di stalking, come non manca di spiegare la Corte di Appello” non è a forma vincolata e non richiede un minimo di atti per la sua configurazione, ben potendo consumarsi anche in una sola giornata, non contenendo al suo interno il requisito della abitualità (essendo, invece, eventualmente abituale)“, dunque, il reato è possibile che venga integrato anche per “due sole condotte tra quelle descritte dall’art. 612-bis c.p. ed essendo il reato configurabile anche quando le singole condotte sono reiterate in un arco di tempo molto ristretto (a condizione che si tratti di atti autonomi e che la reiterazione di sia la causa di uno degli eventi considerati dalla norma)”.

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Riforma del CSM

REFERENDUM GIUSTIZIA 2022

Analizziamo l’ultimo dei 5 referendum che dovranno essere votati il 12 giugno 2022, dovranno passare al vaglio popolare: l’abolizione della L. Severino; l’abrogazione delle norme che permettono la separazione delle funzioni dei Magistrati; l’abrogazione delle norme che non permette di operare la valutazione professionale dei Magistrati ai membri laici di Consigli Giudiziari; modifiche al testo di legge per l’applicazione delle misure cautelari;

Il CSM, vale a dire il Consiglio Superiore della Magistratura entrato in vigore nel 1959, è un organo di amministrazione della giurisdizione nonché di tutela dell’autonomia e dell’indipendenza dei magistrati ordinari. Il Consiglio ha rilevanza costituzionale, infatti la sua previsione è espressa dalla nostra Carta Costituzionale.

L’art. 104 Cost. ne delinea la composizione. Invero questo è presieduto dal Presidente della Repubblica, ed è composta, da diritto, dal il primo presidente e dal procuratore generale della Corte di Cassazione. La Costituzione non stabilisce direttamente il numero dei componenti ma si limita a stabilirne la composizione in termini percentuale. Attualmente i membri togati sono 16 (2 giudici di Cassazione, 4 magistrati requirenti, 10 giudici di merito) e quelli laici sono 8.

L’art. 105 Cost. delinea i compiti del CSM. Sostanzialmente Il Consiglio Superiore della Magistratura adotta tutti i provvedimenti che incidono sullo status dei magistrati, si va dall’assunzione attraverso il concorso pubblico, alle procedure di assegnazione e trasferimento, alle promozioni, fino ad arrivare alla cessazione dal servizio. Provvede inoltre al reclutamento e alla gestione dell’attività dei magistrati onorari. Altresì ha il compito di giudicare le condotte disciplinarmente rilevanti tenute dai magistrati. Quest’ultima competenza gli è attribuita dalla legge n. 195 del 1958 che  regola, in via generale, la costituzione e le competenze del Consiglio stesso. 

RAPPORTI TRA CSM E GOVERNO

I rapporti del Consiglio Superiore della Magistratura con il Governo sono improntati ai fini dei principi dell’autonomia e dell’indipendenza dell’Ordine Giudiziario, questi involgono i profili collegati all’organizzazione e al buon funzionamento dei servizi relativi alla giustizia: servizi che l’art. 110 Cost. assegna alla responsabilità del Ministro. In quest’ottica, il CSM è deputato ad esprimere un parere sui disegni di legge governativi che interessano l’ordinamento giudiziario nonché l’amministrazione della giustizia. Il CSM può anche avanzare proposte per modificare le circoscrizioni giudiziarie e può deferire su tutte le materie riguardanti l’organizzazione dei servizi relativi alla giustizia. 

INTERLOCUZIONE CON IL PARLAMENTO

Sempre nell’ottica dell’indipendenza, assumo importanza anche i rapporti con il Parlamento, i quali assumo improntati, come da Costituzione, ai principi di autonomia e dell’indipendenza: l’unica forma di interlocuzione è la facoltà per il CSM di inviare al Parlamento, tramite il Ministro, una Relazione annuale sullo stato della giustizia, segnalando problemi e avanzando proposte.

COME FUNZIONA IL CSM?

Come chiarito in apertura, il Consiglio Superiore della Magistratura è presieduto dal Presidente della Repubblica che è membro di diritto come lo è di diritto il Presidente della Suprema Corte di Cassazione e il Procuratore Generale presso la stessa corte. Gli altri 24 componenti sono eletti per due terzi dai magistrati, scelti tra i magistrati, mentre il restante terzo viene eletto dal Parlamento in seduta comune.

Ebbene è proprio sulla compente eletta dai Magistrati che il Referendum vuole modificare. Preliminarmente, è utile chiarire quali sono le modalità di elezione, cioè come vengono scelti i membri togati che poi dovranno essere eletti per due terzi da tutti i Magistrati? Oggi un magistrato che voglia candidarsi per far parte del CSM deve raccogliere dalle 25 alle 50 firme, deve avere, quindi in pratica il sostegno di una delle correnti.

LE CORRENTI DELLA MAGISTRATURA

Le correnti della Magistratura nascono già nel 1909 con la costituzione a Milano della Associazione Generale tra i Magistrati d’Italia, prescindendo dal fatto storico, la funzione originaria e preminente dell’associazione era quella di tutelare i Magistrati, all’inizio veniva rivendicato l’autogoverno per la magistratura, che però dovrà aspettare ancora qualche anno prima di essere riconosciuto.

A seguito dell’ascesa del potere fascista l’AGMI è caduta, ed è rinata quella che oggi è tutt’ora l’ANM (associazione nazionale magistrati). Da questo momento vi è la nascita delle cosiddette “correnti”, vale a dire di una pluralità di associazioni che esprimono orientamenti differenti relativi alla politica della giustizia e al ruolo dei magistrati.

V’è da dire che l’associazionismo nella magistratura non è solo un fenomeno italiano, ma si mani- festa in molti ordinamenti democratici e nella creazione di organismi internazionali che raggruppano diverse associazioni nazionali.

Consigliamo la lettura di questo saggio dell’Autore Mauro Volpi, sulla rivista AIC (Associazione Italiana Costituzionalisti) per approfondire il tema dell’associazionismo nella Magistratura italiana.

LA RATIO DEL REFERENDUM SULLA COMPOSIZIONE DEL CSM

Operata questa breve premessa, che aiuta a comprendere le ragioni e la forza delle c.d. correnti e dell’associazionismo, per i promotori del referendum le correnti avrebbero perso quel ruolo, essendo oggi visti come di “partiti” dei magistrati e influenzando le decisioni prese dall’organo: come ha dimostrato il “caso Palamara”, intervengono per favorire l’assegnazione di incarichi ai suoi componenti, decidono trasferimenti e nuove destinazioni. Ancora, questi riferiscono come le correnti operino non nell’ottica di tutela della giustizia per i cittadini, ma per la promozione di gruppi.

IL QUESITO REFERENDARIO

Volete voi che sia abrogata la Legge 24 marzo 1958, n. 195 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento del Consiglio superiore della Magistratura), nel testo risultante dalle modificazioni e integrazioni ad esso successivamente apportate, limitatamente alla seguente parte: articolo 25, comma 3, limitatamente alle parole “unitamente ad una lista di magistrati presentatori non inferiore a venticinque e non superiore a cinquanta. I magistrati presentatori non possono presentare più di una candidatura in ciascuno dei collegi di cui al comma 2 dell’articolo 23, né possono candidarsi a loro volta?

IN CASO DI VITTORIA DEL SI

Nel caso in cui dovesse vincere il Sì, verrà abrogato l’obbligo, per un magistrato che desidera essere eletto come membro togato del CSM di presentare la candidatura previa raccolta di 25 e/o 50 firme. Secondo quanto riportano i promotori del Sì, l’attuale assetto, l’obbligo della presentazione delle firme, impone a coloro che si vogliano candidare l’ottenimento del benestare delle correnti o anche l’iscrizione alle stesse.

La vittoria del Si, farebbe tornare il CSM, in particolare la proposizione delle candidature dei Magistrati, all’originale assetto del 1958, il quale prevedeva che tutti i magistrati in servizio potessero proporsi come membri del CSM presentando semplicemente la propria candidatura.

LA DIFFERENZA CON LA RIFORMA PREVISTA DAL PARLAMENTO

La riforma sull’elezione dei membri del CSM è anche uno dei punti della Riforma della Giustizia che al momento è in discussione in parlamento.

Con riguardo al nuovo sistema per eleggere i 20 (non più 16 i componenti togati del CSM), la proposta di riforma in discussione al Parlamento, individua una nuova articolazione dei collegi elettorali, così delineata:

  • un collegio unico nazionale per 2 componenti che esercitano funzioni di legittimità in Cassazione e relativa Procura Generale, maggioritario, in cui vengono eletti i due candidati più votati;
  • 2 collegi territoriali binominali maggioritari per 5 magistrati che esercitano funzioni requirenti, in ciascuno dei quali vengono eletti i 2 candidati più votati nonché il “miglior terzo” per percentuale di voti presi sul totale degli aventi diritto al voto;
  • 4 collegi territoriali binominali maggioritari per l’elezione di 8 magistrati con funzioni di merito, o destinati all’ufficio del massimario della Cassazione, in ciascuno dei quali vengono eletti i due candidati più votati;
  • un collegio unico nazionale, virtuale, in cui vengono eletti 5 magistrati con funzioni di merito, o destinati all’ufficio del massimario della Cassazione, con ripartizione proporzionale dei seggi.

I rifugiati climatici e la normativa loro applicabile

Ci si è chiesto spesso, anche a seguito dei problemi climatici che stiamo vivendo che si fanno sempre più intensi e pericolosi, se può esistere la figura del rifugiato climatico, ovvero colui che scappa dal proprio Paese senza potervi più fare ritorno a causa degli effetti del cambiamento climatico e dei disastri naturali.

Secondo la Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati del 1951, il rifugiato è colui “che temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del Paese di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese; oppure che, non avendo cittadinanza e trovandosi fuori del Paese in cui aveva residenza abituale a seguito di tali avvenimenti, non può o non vuole tornarvi per il timore di cui sopra”.

Ci si è chiesto spesso, anche a seguito dei problemi climatici che stiamo vivendo che si fanno sempre più intensi e pericolosi, se può esistere la figura del rifugiato climatico, ovvero colui che scappa dal proprio Paese senza potervi più fare ritorno a causa degli effetti del cambiamento climatico e dei disastri naturali.

L’ESPRESSIONE RIFUGIATO CLIMATICO

Dal punto di vista formale, l’Alto Commissario per i Rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR) ci fa notare che l’espressione “rifugiato climatico” è impropria, poiché essa non si fonda su nessuna norma presente nel diritto internazionale e né, essa è riconducibile alla definizione della Convenzione sui rifugiati di Ginevra che, come abbiamo visto fa riferimento a persecuzione a causa di motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale ed opinioni politiche. È importante sottolineare, però, che il numero di persone che fuggono dal proprio Paese a causa dei disastri naturali sono al mondo 17,2 milioni, molti di più se paragonati ai numeri di coloro che fuggono da guerre e conflitti, 10, 8 milioni di sfollati.

È, dunque, impossibile non tenere conto di queste stime così elevate e, di conseguenza, capire anche di che tipo di protezione queste persone possono godere. Nel 2018 il Global Compact sui rifugiati, considerando gli elevati numeri di persone che scappano dal proprio Paese a causa di disastri climatici, ha riconosciuto che questi individui hanno diritto a protezione, assistenza e supporto che si concretizzano in forme di protezione internazionali complementari (quindi non quelle che vengono comunemente garantite a chi è identificato come “rifugiato” vero e proprio).

I TIPI DI ASSISTENZA CHE LE ORGANIZZAZIONI POSSONO GARANTIRE

L’UNHCR ci indirizza su quattro tipi di assistenza che organizzazioni internazionali possono garantire:

  • Attività sul campo per ridurre concretamente i danni provocati agli sfollati dai disastri ambientali. Anticipare gli effetti possibili e preparare la popolazione. Supporto tecnico e legale ai paesi e alle aree colpite da tempeste, alluvioni e altre catastrofi climatiche.
  • Promozione di policy coerenti con altre norme adottate nei paesi colpiti da eventi climatici distruttivi.
  • Promozione di nuove ricerche che sostengano e amplifichino i risultati in questo ambito.
  • Supporto tecnico e legale ai paesi e alle aree colpite da tempeste, alluvioni e altre catastrofi climatiche.

Gli sforzi della Comunità internazionale

Gli sforzi della Comunità internazionale, però, non sembrano troppo adeguati alla situazione che molte di queste persone sono costrette a vivere a causa dei cambiamenti climatici e delle gravi conseguenze che essi causano. Il problema di fondo è che l’assenza di una specifica legislazione internazionale e nazionale sulla questione, fa si che le misure che vengono prese in ambito di migrazione climatica non sono all’altezza del problema. Le azioni più incisive adottate a livello internazionale fino a questo momento sono state solo due: l’Accordo di Parigi del 2015 sui cambiamenti climatici e il “Global Compact for Safe, Orderly and Regular Migration” approvato dall’Assemblea Generale dell’ONU nel 2018. Quest’ultimo documento riconosce la crisi climatica come uno dei motivi per cui le persone molto spesso sono costrette a scappare dal proprio Paese senza potervi fare ritorno. Il problema di questi accordi è che non sono giuridicamente vincolanti.

Le problematiche normative

Le misure interne che molti Paesi adottano sono, invece, del tutto inadeguate perché la maggior parte di esse si fonda sul rafforzamento dei controlli alla frontiera e sul respingimento nel proprio Paese di origine di queste persone, mettendo in secondo piano lo scopo umanitario del soccorso ai migranti che è quella di salvare vite umane. 

Illegittimo l’automatismo del cognome del padre ai figli in caso di riconoscimento congiunto

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La Corte ha dichiararato costituzionalmente illegittimo, in riferimento agli artt. 2, 3 e 117, primo comma, Cost., quest’ultimo in relazione agli artt. 8 e 14 CEDU, l’art. 262, primo comma, cod. civ., nella parte in cui prevede, con riguardo all’ipotesi del riconoscimento effettuato contemporaneamente da entrambi i genitori, che il figlio assume il cognome del padre, anziché prevedere che il figlio assume i cognomi dei genitori, nell’ordine dai medesimi concordato, fatto salvo l’accordo, al momento del riconoscimento, per attribuire il cognome di uno di loro soltanto.

Con ordinanza depositata il 17 ottobre 2019 e iscritta al n. 78 del registro delle ordinanze del 2020, il Tribunale ordinario di Bolzano, seconda sezione civile, ha sollevato questioni di legittimità costituzionale dell’art. 262, primo comma, del codice civile, nella parte in cui – con riguardo all’ipotesi del riconoscimento contemporaneo del figlio – non consente ai genitori, di comune accordo, di trasmettere al figlio, al momento della nascita, il solo cognome materno.

IL CONTRASTO CON LE NORME COSTITUZIONALI

Ad avviso del giudice rimettente, la norma ex art. 262 co. 1 c.c. si porrebbe in contrasto con gli artt. 2, 3, 11 e 117, primo comma, della Costituzione, quest’ultimo in relazione agli artt. 8 e 14 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), e agli artt. 7 e 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (CDFUE).

IL FATTO DAL QUALE ORIGINA LA QUESTIONE

In sede di dichiarazione di nascita, resa con il riconoscimento contemporaneo della figlia dinanzi all’incaricato dal direttore sanitario, i genitori le avevano attribuito, consensualmente, il solo cognome della madre. La dichiarazione, come prescritto dalla normativa vigente, veniva trasmessa all’Ufficiale dello stato civile, il quale formava l’atto di nascita, riportando il solo cognome materno.

L’ufficiale di stato civile, in base alla normativa prevista dal D.P.R. 396/2000 non può rifiutare l’adempimento di un proprio atto d’ufficio. Tuttavia, laddove ritenesse che quell’atto non avrebbe dovuto compiersi, l’ufficiale può fare istanza alla Procura della Repubblica presso il Tribunale competente per la circoscrizione.

Nel caso di specie, l’Ufficiale presentava istanza alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Bolzano, affinché venisse promosso il giudizio di rettificazione dell’atto di nascita, così da renderlo conforme al disposto normativo di cui all’art. 262, co. I, secondo periodo, cod. civ., per effetto della sentenza di questa Corte n. 286 del 2016.

L’ORIENTAMENTO GIà CONSOLIDATO DELLA Corte COSTITUZIONALE NEL 2016 e NEL 2006

Il giudizio che ha portato la Corte Costituzionale nel 2016 con la sentenza nr. 286 a pronunciarsi, non ha per oggetto il medesimo fatto storico della Corte 2022, in qualche modo detta invero la pronuncia de quo ha per oggetto il reclamo avverso il provvedimento del Tribunale ordinario di Genova che aveva respinto il ricorso avverso il rigetto, da parte dall’ufficiale dello stato civile, della richiesta di attribuire al figlio dei ricorrenti il cognome materno, in aggiunta a quello paterno. La sentenza del 2016 infatti ha aperto la porta, in realtà già socchiusa per mezzo della sentenza della Corte Costituzionale del 2006, all’attribuzione al figlio del doppio cognome, mediante l’aggiunta di quello materno.

Invero, ad onor del vero, la pronuncia nr. 61 del 2006 ut supra aveva già chiarito come, fosse necessario un cambiamento, una modernizzazione che rispecchiasse l’evoluzione della società. Tanto è vero che la Corte affermava: “l’attuale sistema di attribuzione del cognome è retaggio di una concezione patriarcale della famiglia, la quale affonda le proprie radici nel diritto di famiglia romanistico, e di una tramontata potestà maritale, non più coerente con i principi dell’ordinamento e con il valore costituzionale dell’uguaglianza tra uomo e donna“.

LA QUESTIONE PROBLEMATICA SECONDO IL TRIBUNALE DI BOLZANO

La questione problematica, dunque non è il diretto automatismo del cognome materno, bensì la possibilità per i genitori, in maniera consensuale, dunque in osservanza del loro diritto di autodeterminarsi, di attribuire al figlio il solo cognome materno.

Il Giudice a quo, ritiene che non sia possibile a causa della lettera chiara e precisa della norma la possibilità di un’interpretazione costituzionalmente orientata della disposizione censurata.

Il Tribunale di Bolzano sostiene poi che la disciplina sull’attribuzione del cognome, che è chiamato ad applicare, non sarebbe, innanzitutto, conforme all’art. 2 Cost., sotto il profilo della tutela dell’identità personale del figlio, in quanto il valore dell’identità della persona riflesso nel nome, nella pienezza e complessità delle sue espressioni, e nella sua valenza pubblicistica e privatistica, porterebbe a «individuare nei criteri di attribuzione del cognome del minore profili determinanti della sua identità personale».

Altresì ravvisa il contrasto della normativa sul cognome con il principio di eguaglianza riferito al genere, non trovando la disposizione censurata alcun sostegno nell’art. 3 Cost., il quale ha la funzione di ispirare i rapporti fra i genitori.

A sostegno della propria tesi, il Giudice a quo richiama la motivazione della sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo del 7 gennaio 2014, Cusan e Fazzo contro Italia, che avrebbe ravvisato nell’impossibilità per i genitori di attribuire al figlio, al momento della nascita, il cognome della madre, anziché quello del padre, una violazione dell’art. 14 CEDU (divieto di discriminazione), in combinato disposto con l’art. 8 CEDU (diritto al rispetto della vita privata e familiare).

LA CONTINENZA DELL’ORDINANZA n. 78 DEL 2020 E L’AUTORIMESSIONE

La Corte, nel corso del giudizio dopo aver rimesso la questione di legittimità a sé stessa – in relazione all’art. 262, co. I, cod. civ., in riferimento agli artt. 2, 3 e 117, primo comma, Cost., quest’ultimo in relazione agli artt. 8 e 14 CEDU – ha rilevato come, anche laddove «fosse riconosciuta la facoltà ai genitori di scegliere, di comune accordo, la trasmissione del solo cognome materno, la regola che impone l’acquisizione del solo cognome paterno dovrebbe essere ribadita in tutte le fattispecie in cui tale accordo manchi o, comunque, non sia stato legittimamente espresso». D’altro canto, osserva la Corte, come neppure il consenso, su cui fa leva la limitata possibilità di deroga alla disciplina generale che prevede l’attribuzione del cognome del padre, «potrebbe ritenersi espressione di un’effettiva parità tra le parti, posto che una di esse non ha bisogno dell’accordo per far prevalere il proprio cognome».

La Corte dichiara che la previsione dell’inderogabile prevalenza del cognome paterno sacrificherebbe il diritto all’identità del minore, negandogli la possibilità di essere identificato, sin dalla nascita, anche con il cognome materno» e incarna il retaggio di una concezione patriarcale, che non potrebbe “ritenersi giustificata dall’esigenza di salvaguardia dell’unità familiare, poiché è proprio l’eguaglianza che garantisce quella unità e, viceversa, è la diseguaglianza a metterla in pericolo”.

LE OPINIONI SCRITTE DELLE ASSOCIAZIONI DELL’AMBITO DELLA TUTELA DEI DIRITTI

Non sono mancate le opinioni congiunte di molte associazioni di grande rilievo sociale nel panorama sociale della lotta per i diritti. In questo senso di seguito si citano in maniera esemplificativa e non tassativa, l’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica A.P.S. e l’Associazione VOX – Osservatorio italiano sui diritti, le quali in persona dei propri legali rappresentanti, formulavano un’opinione scritta congiunta, in cui veniva portato in essere il carattere, secondo loro, discriminatorio nei confronti delle donne della regola vigente in materia di attribuzione del cognome ai figli, frutto di una “concezione della famiglia nemica delle persone e dei loro diritti“.

LA RIUNIONE DELLE ORDINANZE NR. 78/2020 e 222/2021

L’ordinanza del Tribunale di Bolzano non è stata l’unica a censurare le disposizioni normative in tema di cognome materno. Si rileva in questa sede come sia pervenuto anche l’ordinanza nr. 222/2022 della Corte di Appello di Potenza, inerente la questione di due genitori a sostegno dell’accoglimento delle questioni di legittimità costituzionale. Merita attenzione la vicenda che ha portato la Corte di Appello di Potenza a sollevare questione di legittimità. Invero, la vicenda veniva portata alla luce a seguito del diniego da parte del Tribunale di Lagonegro in riferimento alla richiesta di una coppia di genitori di attribuire al terzogenito il solo cognome materno. L’esigenza de qua originava dalla circostanza secondo la quale la coppia, già prima di unirsi in matrimonio, aveva già avuto altre due figlie riconosciute in precedenza dalla sola madre e che, pertanto, portavano solo il suo cognome. Il Tribunale adito dell’epoca aveva però escluso che potessero sussistere ragioni per sollevare questioni di legittimità costituzionale.

Nel caso di specie l’adozione dello stesso cognome delle sorelle al terzogenito non sarebbe stata un mero capriccio della coppia, ma avrebbe contribuito, come si legge in nella sentenza, “all’unitarietà del nucleo familiare assicurando al contempo la formazione dell’identità personale del minore in maniera omogenea rispetto ai fratelli”.

LA RIFORMA DEL DIRITTO DI FAMIGLIA DEL 1975 E LA RATIO DEL 262 CO. 1 COD. CIV.

La norma di cui all’art. 262 co. 1 cod. civ. ora censurata recita “Il figlio assume il cognome del genitore che per primo lo ha riconosciuto. Se il riconoscimento e’ stato effettuato contemporaneamente da entrambi i genitori il figlio assume il cognome del padre.” La ratio legis si rinviene nella formulazione dell’istituto del riconoscimento del figlio nato nel matrimonio del ante riforma del 1975, secondo cui il vecchio art. 144 cod. civl. prevedeva che : il marito è capo della famiglia; la moglie segue la condizione civile di lui, ne assume il cognome ed è obbligata ad accompagnarlo dovunque egli crede opportuno di fissare la residenza. Nel contesto del 1975, dunque, il cognome del marito imposto automaticamente anche alla moglie era quello che dava identità alla famiglia.

Ulteriore passaggio si ha con la riforma del 1975 che novella l’art. 144 cod. civ. ed ha introdotto l’art. 143-bis cod. civ., il quale prevede l’aggiunta e non la sostituzione del cognome del marito a quello della moglie. La disposizione è sempre stata interpretata come una facoltà della moglie di prendere il doppio cognome del marito e non un obbligo. Tuttavia, la disposizione censurata ed in particolare tutte le disposizioni che prevedono l’attribuzione del cognome paterno al figlio in maniera automatica, non sono state scalfita neppure dalla riforma della filiazione ai sensi della L. 10 dicembre 2012, n. 219.

LA DOPPIA CENSURA ALL’ART. 262 CO. I COD. CIV.

La Corte muove il giudizio i costituzionalità della norma censurare sotto un duplice profilo: il primo è l’illegittimità costituzionale della disposizione, nella parte in cui non consente di attribuire, con l’accordo fra i genitori, il solo cognome della madre. Si invoca, dunque, un intervento additivo avente un contenuto radicalmente derogatorio della regola generale sull’automatica trasmissione del cognome paterno.

Ancora, la Corte prospetta, in via pregiudiziale, un intervento sostitutivo della norma, nella parte in cui, in mancanza di diverso accordo dei genitori, impone l’attribuzione alla nascita del cognome paterno, anziché dei cognomi di entrambi.

I parametri costituzionali, sui quali si incentrano le censure ora richiamate, sono l’art. 2 Cost., in relazione alla tutela dell’identità del figlio, e l’art. 3 Cost., invocato a difesa del principio di eguaglianza nei rapporti fra i genitori.

Orbene, il contrasto è stato assorbito anche con gli obblighi internazionali, di cui all’art. 117, primo comma, Cost., il quale si focalizza, sulla scorta della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, sulla protezione dell’identità personale del figlio, mediata dall’art. 8 CEDU, e sul divieto di discriminazioni, di cui all’art. 14 CEDU.

Il diritto all’identità personale del figlio e l’eguaglianza tra i genitori

L’orientamento costante non solo della Giurisprudenza ma sociale, chiarisce che il cognome, insieme con il prenome, rappresenta il nucleo dell’identità giuridica e sociale della persona: le conferisce identificabilità, nei rapporti di diritto pubblico, come di diritto privato, e incarna la rappresentazione sintetica della personalità individuale, che nel tempo si arricchisce progressivamente di significati.

In questo senso, viene chiarito come è proprio il momento attributivo del cognome, quello regolato dalla norma censurata, che lega l’acquisizione dello status filiationis. Il cognome, dunque, come già portato in essere dalla sentenza della Corte Costituzionale nel 2016 deve radicarsi nell’identità familiare e, al contempo, riflettere la funzione che riveste, anche in una proiezione futura, rispetto alla persona.

L’identità familiare è data proprio dalle modalità di attribuzione del cognome. Si vuole nel caso di specie osservare come la norma di cui all’art. 262 cod. civ. rappresenta 3 momenti identificativi per l’identità personale del figlio con la famiglia:

  • il legame genitoriale con il padre, identificato da un cognome, rappresentativo del suo ramo familiare;
  • il legame genitoriale con la madre, anche lei identificata da un cognome, parimenti rappresentativo del suo ramo familiare;
  • la scelta dei genitori di effettuare contemporaneamente il riconoscimento del figlio, accogliendolo insieme in un nucleo familiare.

Un passaggio molto forte della Sentenza è il seguente: a fronte del riconoscimento contemporaneo del figlio, il segno dell’unione fra i due genitori si traduce nell’invisibilità della donna. A fronte dell’evoluzione dell’ordinamento, il lascito di una visione discriminatoria, che attraverso il cognome si riverbera sull’identità di ciascuno, non è più tollerabile.

Invero, la Corte chiarisce come il petitum dell’ordinanza di Bolzano nr. 78/2020 è fondato sulla possibilità di agire in deroga alla norma che attribuisce il cognome paterno in maniera automatica, quando c’è un accordo tra le parti, il quale stabilisce l’attribuzione del solo cognome materno. Ad oggi, questo l’ordinamento non lo consente. L’ordinamento non consente di agire in deroga alla legge quando vi sia un accordo tra le parti, nel caso i genitori. Ad ogni buon conto, senza eguaglianza mancano le condizioni logiche e assiologiche di un accordo.

LA SOLUZIONE DELLA CORTE DE IURE CONDENDO

La Corte ad un certo punto della pronuncia, (pag. 11) chiarisce come il carattere in sé discriminatorio della disposizione censurata, il suo riverberarsi sull’identità del figlio e la sua attitudine a rendere asimmetrici, rispetto al cognome, i rapporti fra i genitori devono essere rimossi con una regola che sia il più semplice e automatico riflesso dei principi costituzionali coinvolti.

L’illegittimità costituzionale della norma che comportava la preferenza per il cognome paterno rende ora necessario individuare un ordine di attribuzione dei cognomi dei due genitori compatibile con i principi costituzionali e con gli obblighi internazionali. Non si può, infatti, riprodurre – con un criterio che anteponga meccanicamente il cognome paterno, o quello materno – la medesima logica discriminatoria, che è a fondamento della odierna declaratoria di illegittimità costituzionale.

LA DISCIPLINA SUL DISACCORDO

La Corte si premura anche di rilevare le eventuali problematiche derivanti in caso di disaccordo dei genitori. Secondo i Giudici non deve ricercarsi la soluzione in nuove tecniche normative, perché l’ordinamento giuridico già conosce sistemi per risolvere il contrasto fra i genitori su scelte di particolare rilevanza che riguardano i figli. Si tratta, invero, del ricorso all’intervento del Giudice; si pensi alle disposizioni di cui agli arti. 316, co. II e III, cod. civ., nonché – con riferimento alle situazioni di crisi della coppia – dagli artt. 337-ter, terzo comma, 337-quater, terzo comma, e 337-octies cod. civ.

Le norme citate, sono già utilizzate, secondo Dottrina e Giurisprudenza dominante, dall’ordinamento a risolvere contrasti sull’attribuzione del nome del figlio, dunque perché non estendere il campo di applicazione anche in caso di cognome?

La Corte ritiene che in ordine al principio di uguaglianza e i principi internazionali sopra citati, al fine di poter attribuire al figlio il cognome di uno dei genitori, è necessario il loro accordo, non surrogabile in via giudiziale, in quanto implica la scelta di identificare con il cognome di uno dei genitori il duplice legame con il figlio. In mancanza di tale accordo, devono attribuirsi i cognomi di entrambi i genitori, nell’ordine dagli stessi deciso. Laddove non ci sia l’accordo sull’ordine di attribuzione dei cognomi dei genitori, che è parte della regola suppletiva, si rende necessario dirimere il contrasto e lo strumento che le norme vigenti consentono, attualmente, di approntare è quello dell’intervento giudiziale.

Vi sono poi anche altre norme, che rispettando il tenore dell’ora incostituzionale art. 262 co. 1 cod. civ., hanno bisogno alla stregua di essere modificate attraverso un intervento legislativo. Si citano qui alcune che vengono menzionate in tema di adozione nella sentenza della Corte:

  • l’art. 299, comma III, cod. civ., sull’adozione da parte dei coniugi del maggiore d’età, il quale dispone che «l’adottato assume il cognome del marito»;
  • l’art. 27, comma 1, della legge n. 184 del 1983, relativo all’adozione che stabilisce che l’adottato assume e trasmette il cognome degli adottanti. Il cognome cui si fa riferimento la norma, è quello del marito; a supporto di questa tesi, la norma prosegue chiarendo che solo se l’adozione è disposta nei confronti della moglie separata, l’adottato assume il cognome della famiglia di lei.

L’INVITO DELLA CORTE AL LEGISLATORE

La Corte nell’ultima parte della sentenza in analisi formula un invito al Legislatore. Invero, in primo luogo chiarisce come si rende necessario l’intervento finalizzato a impedire che l’attribuzione del cognome di entrambi i genitori comporti, nel succedersi delle generazioni, un meccanismo moltiplicatore che sarebbe lesivo della funzione identitaria del cognome. L’intervento de quo si dimostra essere impellente, anche per la circostanza che a partire già dal 2006, a seguito della sentenza nr. 286 della Corte Costituzionale, varie fonti normative hanno contribuito al diffondersi di doppi cognomi.

La domanda, però a questo punto appare spontanea, ci saranno bambini che avranno anche 4/6 cognomi? Ebbene, la Corte ha indicato in tal senso la necessità, dunque, di garantire la funzione del cognome, e di riflesso l’interesse preminente del figlio, indica l’opportunità di una scelta, da parte del genitore – titolare del doppio cognome che reca la memoria di due rami familiari – di quello dei due che vuole sia rappresentativo del rapporto genitoriale, sempre che i genitori non optino per l’attribuzione del doppio cognome di uno di loro soltanto.

DIRITTO INTERTEMPORALE

La sentenza avrà validità dal giorno successivo alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale rispetto alle sole norme dichiarate costituzionalmente illegittime che riguardano il momento attributivo del cognome al figli. La stessa troverà applicazione alle ipotesi in cui l’attribuzione del cognome non sia ancora avvenuta, comprese quelle in cui sia pendente un procedimento giurisdizionale finalizzato a tale scopo.

Modifiche per l’applicazione della misura cautelare

REFERENDUM GIUSTIZIA 2022

Il tintinnare le manette in faccia a uno che viene interrogato da qualche collaboratore, questo è un sistema abietto, perché è di offesa. Anche l’imputato di imputazioni peggiori ha diritto al rispetto

OSCAR LUIGI scalfaro

Scalfaro, con le parole riportare, faceva riferimento alla stagione di Mani Pulite, quando era solito incarcerare gli indagati in cella affinchè rivelassero ciò che gli inquirenti cercavano. Il quesito referendario inerente alla limitazione della custodia cautelare in carcere. le mosse da questa ed altre vicende che hanno segnato la storia della giustizia italiana, vale a dire la storia di un uso distorto che è stato fatto della misura cautelare carceraria.

LE MISURE CAUTELARI IN GENERALE

Le misure cautelari sono provvedimenti provvisori e immediatamente esecutivi, disposti dall’autorità giudiziaria ogniqualvolta si ravvisa il pericolo, che durante le indagini preliminari o nel corso del processo, possano verificarsi eventi capaci di compromettere la funzione giurisdizionale. La loro irrogazione da parte del giudice avviene in base a una valutazione superficiale, ma necessaria, al fine di non compromettere il corretto svolgimento del procedimento. 

La ratio delle misure cautelari è sostanzialmente quella di garantire che l’effettività della giurisdizione e la decisione finale, messe a rischio dalle tempistiche procedurali. Per bilanciare l’effetto anticipatorio è la superficialità dell’accertamento per l’emanazione emanazione, che verrà approfondito in fase di istruttoria giudiziale.

Esistono secondo il codice di procedura penale due tipi di misure cautelari:

  • personali, che, appunto, vanno ad incidere sulla libertà dell’indagato;
  • reali, che si ripercuotono sulla facoltà di disporre liberamente dei beni dell’indagato.

LA CUSTODIA CAUTELARE

In particolare il referendum fa riferimento alla custodia cautelare in carcere.

La norma di cui all’art. 285 c.p.p recita essenzialmente gran parte della disciplina delle misure cautelari. Il termine “custodia cautelare” rispecchia di gran lunga la natura dell’istituto, la cui applicabilità è fondata infatti sulla sussistenza delle esigenze cautelari di cui all’art. 274 c.p.p.

La misura detentiva cautelare, è la più afflittiva per l’imputato, va comminata come extrema ratio, nel senso che il Giudice la può disporre solamente qualora siano ritenute esistenti determinate esigenze cautelari, le quali non possono essere assicurate con misura meno afflittiva della libertà personale. Le esigenze cautelari possono così essere distinte:

  • necessaria sussistenza del pericolo di fuga;
  • inquinamento probatorio;
  • reiterazione del reato;
  • irrogazione della pena della reclusione per un tempo non inferiore a tre anni ai sensi dell’art. 275 c.p.p.

Un’altra caratteristica pregante della misura cautelare privativa della libertà, e con questo si intendono anche gli arresti domiciliari, è quella secondo la quale, recita il 285 c.p.p. che il periodo sofferto in stato di custodia cautelare sia scomputato da quello relativo alla pena detentiva disposta con condanna, ai sensi dell’art. 657 c.p.p.

LA STIMA SULLE CARCERAZIONI PREVENTIVE

La carcerazione preventiva, stando alle parole dei promotori del referendum, distrugge la vita delle persone colpite: non arreca solo un grave danno di immagine, sottoponendole a un’esperienza scioccante, ma ha gravi conseguenze sulla sfera professionale. Il carcere ha un impatto drammatico sulle famiglie e rappresenta anche un onere economico per il Paese: i 750 casi di ingiusta detenzione nel 2020 sono costati quasi 37 milioni di euro di indennizzi, dal 1992 a oggi lo Stato ha speso quasi 795 milioni di euro.

Stando a queste statistiche, la custodia cautelare è una pratica di cui si tende ad abusare, e non sono pochi i casi che hanno avuto un impatto mediatico non indifferente. Invero, si ha la percezione che la custodia preventiva rispetto alla condanno sia diventato da uno strumento di emergenza in una vera e propria forma di anticipazione della pena. Questo rappresenta una palese violazione del principio costituzionale della presunzione di non colpevolezza, su cui si basa tutto il nostro sistema penale. Inutile dire come l’impatto sociale ha costretto migliaia di donne e uomini accusati di reati minori, addirittura poi assolti, a conoscere l’umiliazione del carcere prima di un processo, tanto da dover poi cercare di avere la cancellazione di articoli dal web attraverso il diritto all’oblio.

IN CASO DI VITTORIA DEL SI

Laddove vincesse il Sì, non sarebbe abolita la custodia cautelare in carcere, anzi questa resterebbe in vigore ma con delle limitazioni per chi commette reati più gravi. Altresì verrebbe abolita la possibilità di procedere alla privazione della libertà in ragione di una possibile “reiterazione del medesimo reato”, c.d. reiterata specifica ex 99 co. IV c.p. La ragione dell’abrogazione proprio di questa motivazione origina dalla circostanza secondo la quale, la reiterazione del medesimo reato è la motivazione che viene utilizzata con maggior frequenza al fine di disporre la custodia cautelare.

IL QUESITO REFERENDARIO

Volete voi che sia abrogato il Decreto del Presidente della Repubblica 22 settembre 1988, n. 447 (Approvazione del codice di procedura penale), risultante dalle modificazioni e integrazioni successivamente apportate, limitatamente alla seguente parte: articolo 274, comma 1, lettera c), limitatamente alle parole: “o della stessa specie di quello per cui si procede. Se il pericolo riguarda la commissione di delitti della stessa specie di quello per cui si procede, le misure di custodia cautelare sono disposte soltanto se trattasi di delitti per i quali è prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a quattro anni ovvero, in caso di custodia cautelare in carcere, di delitti per i quali è prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni nonché’ per il delitto di finanziamento illecito dei partiti di cui all’articolo 7 della legge 2 maggio 1974, n. 195 e successive modificazioni.”?.